giovedì 17 maggio 2012

Magistrati Sorveglianza; puntare sulla “messa alla prova” e la riparazione del danno

Ansa, 15 maggio 2012

Maggiore attenzione alle vittime dei reati, ai loro diritti e ai loro bisogni, in particolare mediante la valorizzazione di percorsi sanzionatori e rieducativi che responsabilizzino chi ha commesso il reato, lo rendano partecipe della sofferenza della vittima e lo orientino alla riparazione dei danni arrecati.
Questa la strada indicata dal Coordinamento nazionale dei Magistrati di sorveglianza (Conams) che si è riunito a Firenze ed ha nominato il nuovo presidente, Giovanni Maria Pavarin, del Tribunale di sorveglianza di Venezia.

Al Presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida e al capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Giovanni Tamburino è stato conferito il titolo di socio



Amministrazione Penitenziaria: Distribuzione delle risorse finanziarie alle realtà territoriali



Roma, 17 maggio 201

Al Capo del DaP

Pres.te Giovanni Tamburino
e p.c. Ai Provveditori Regionali

dell'Amministrazione Penitenziaria
LORO SEDI


La gravità della situazione economica che sta contrassegnando il presente passaggio storico, si ripercuote con gravi effetti anche sugli istituti e servizi penitenziari, ponendo le direzioni in situazioni talvolta insostenibili, o comunque di problematica gestione. E proprio in contingenze come queste, che ormai da almeno un decennio segnano negativamente la vita penitenziaria, è indispensabile che i sacrifici e le criticità e gli effetti dei tagli (dal 2001 ad oggi tagli nominali del 30%, del 50% in termini reali rispetto alle risorse precedentemente stanziate) siano analizzati ed orientati verso una seria e vera lotta agli sprechi, al fine di evitare il più possibile danni al sistema.

Inoltre, sarebbe opportuno che nelle varie realtà territoriali venga diffusa la consapevolezza che le riduzioni nelle varie voci di bilancio siano obiettivamente distribuite, proporzionalmente, in ragione delle dimensioni, degli impegni e della specificità di ciascuna struttura.

Il convincimento di un miglioramento della razionalizzazione delle varie voci dei capitoli di spesa afferenti sia la gestione dei vari aspetti della vita detentiva, che quelle del personale e del patrimonio immobiliare, senza dubbio predispone meglio ad affrontare le varie difficoltà che le riduzioni continue sui vari stanziamenti impongono.



Pertanto, anche al fine di condividere le criticità che si trovano ad affrontare gli amministratori pubblici a tutti i livelli, in ragione del particolare momento storico che sta attraversando il Paese, questa Organizzazione Sindacale chiede di essere informata preventivamente dei piani di riparto delle singole voci di spesa in apertura del prossimo esercizio finanziario. Tale informazione potrà essere effettuata direttamente dal Dipartimento per le assegnazioni previste par ciascun Provveditorato; mentre i singoli Provveditorati potranno informare le strutture regionali FP CGIL per quelle destinate a ciascun Istituto ed Uepe.

Le SS.LL. comprenderanno come la presente richiesta sia motivata da un intento di collaborazione e di ridimensionamento delle difficoltà che si vivono nelle sedi territoriali, e di cui il sindacato viene ad essere un terminale di ascolto.

Per tale motivo sarà gradito ricevere anche nei prossimi giorni le informazioni relative alla distribuzione delle risorse finanziarie già effettuate per l'esercizio finanziario in corso, ed quelle eventualmente successive, del c.d. assestamento di bilancio.



Confidando





p. la Segreteria Fp Cgil Nazionale

Toto Chiaramonte

Fabrizio Fratini



O. S. USB SCRIVE AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA SULLA SITUAZIONE DEGLI UEPE

All’On.le Ministro della Giustizia

Paola Severino

Via Arenula 70

Roma



E, p.c.

Al Sig. Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria

Pres. Giovanni Tamburino

Largo luigi Daga,2

Roma



OGGETTO: Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna

Questa Organizzazione Sindacale, deve rivolgersi a Lei, Signor Ministro, per denunciare lo scempio che l’Amministrazione Penitenziaria sta facendo degli Uffici per l’ Esecuzione Penale Esterna di questo Paese.

Già da molto tempo ormai questi Uffici, da sempre considerati la Cenerentola dell’Amministrazione Penitenziaria, sono soggetti a continui ingiustificati attacchi, per lo più gratuiti, ma soprattutto dovuti alla sostanziale ignoranza di chi li ha gestiti e li gestisce a livello nazionale. Dapprima è stato incaricato della loro gestione un magistrato, che – assolutamente all'oscuro di questa realtà – si è affidato a dirigenti che hanno pensato più alle loro carriere personali che allo sviluppo del servizio; poi il compito è toccato un dirigente penitenziario che da sempre (anche prima di questo incarico) ha cercato di appiattire questo servizio sulle modalità carcerarie e carceriere, dando disposizioni che non hanno sicuramente contribuito allo sviluppo del servizio nella sua specificità.

In questo contesto i Dirigenti di Servizio Sociale degli Uepe sono stati per lo più assenti, adeguandosi acriticamente a quello che una Amministrazione Centrale con assoluta incompetenza richiedeva loro.

Nel frattempo le incombenze del singolo Assistente Sociale sono aumentate, molti di questi professionisti sono andati in pensione, il carico di lavoro si è incrementato e complessificato a dismisura, con conseguente ricaduta sull’operatività dei singoli.

Allo scopo di banalizzare le loro funzioni e la loro operatività si aggiunga che le uscite dall’Ufficio per lavoro vengono chiamate “gite di servizio”, quasi che effettuare interventi a favore di detenuti domiciliari o affidati fosse il presupposto di un pic nic o di una scampagnata spensierata e divertente. La quasi completa assenza di auto di servizio, di personale che svolgesse compiti di autista, troppo spesso li ha posti in conflitto con le Direzioni che avrebbero preteso che fossero gli Assistenti Sociali ad anticipare le spese di missione nell’uso dei mezzi pubblici, dimenticando che il lavoro dell’Assistente

Sociale , nei suoi compiti di aiuto e controllo li porta inevitabilmente all’esterno per conto dello Stato.

Rimane così un Ufficio Centrale assolutamente avulso dalla realtà della periferia, che anziché sostenere gli uffici dipendenti li affossa scientemente, seguendo un percorso precostituito, del quale se ne aveva sentore, ma di cui oggi siamo sicuri, alla luce di quanto sta accadendo. Agli operatori viene assegnato un numero elevato di casi senza alcuna indicazione in ordine alle priorità, anzi in Uffici come Napoli o Palermo gli Assistenti Sociali sono stati lasciati in balìa degli utenti, che si ritengono gli arbitri della qualità della prestazione in assenza di una consapevole Dirigenza, permettendosi di valutarne il lavoro e tentando forse di condizionarli perché essi vengono indicati come i responsabili delle inadempienze, dei ritardi.

La delegittimazione costante e continua della storia e della valenza dell’area dell’esecuzione penale esterna passa attraverso precise strategie e attacchi, negli ultimi anni sempre più violenti.

In questa cornice è palese come l’assalto alla gestione alle misure alternative alla detenzione, da parte della Polizia Penitenziaria, già tentato in passato sia nuovamente oggi più che mai presente: anche e soprattutto in considerazione dello sfiancamento realizzato dall’Amministrazione Centrale nei confronti di questi Uffici, privati non solo di mezzi, di risorse, di personale, ma anche di quel riconoscimento valoriale che discende direttamente dal mandato costituzionale.

Già il Presidente Tamburino ebbe ad affermare che, rispetto alla gestione concreta delle misure alternative vi è la necessità di interrogarsi sul tema del controllo e dell’afflittività: è un problema posto sul tavolo e, come Organizzazione Sindacale, siamo disponibili a tutte le possibilità di ragionamento professionale e organizzativo sulla questione. Non possiamo tuttavia tollerare toni offensivi e screditanti sulla operatività di servizi che con una minima quota di risorse e di personale rispetto a quella assegnata al carcere, garantisce sicurezza sociale e reale recupero dei condannati, come confermano le statistiche.

Tuttavia, nel corso dell’ultimo incontro di contrattazione, la Dott.ssa Matone, Vice Capo Vicario del Dipartimento, anziché riconoscere le reali difficoltà in cui si dibatte il Servizio, ha affermato, con la sicumera che le è consueta, che “ bisogna far capire che gli UEPE sono Uffici per l’Esecuzione Penale, non bed and breakfast o hotelleries che dir si voglia”.

Cosa voleva dire: che oggi negli UEPE si mangia, si beve, si dorme, si fanno “gite di servizio” e non si lavora? E che bisogna pensare ad un diverso sistema di “rieducazione” dal momento che lì gli affidati in prova al servizio sociale, i detenuti domiciliari non vengono pestati a scopo educativo, ma viene applicato quotidianamente il dettato dell’art. 118 del regolamento penitenziario che prevede che “al soggetto viene offerta la possibilità di sperimentare un rapporto con l’autorità basato sulla fiducia….senza interventi di carattere repressivo”?

A questo punto non ci sono più dubbi. L’intento è quello di emarginare gli Assistenti Sociali nel loro lavoro e far riemergere l’idea Mastella di istituire i Commissariati della Polizia Penitenziaria sul territorio.

Non siamo d’accordo, ma è necessario essere chiari e che l’Amministrazione si assuma la responsabilità delle scelte che fa.

Purtroppo il metodo usato in questa occasione è il cosiddetto “metodo Boffo” . Per raggiungere lo scopo si spara fango sia sui singoli che sul gruppo con neanche tanta sottigliezza, con l’intento di giustificare scelte diversamente non giustificabili, creando il dubbio che poi non tutto sia così limpido,e quindi necessita di interventi significativi, il tutto fatto con un tono volutamente salottiero, che comunque scredita le persone oggetto della conversazione.

E’ appena il caso di rammentare che la trattativa scaturita dall’idea dell’On.le Mastella si è arenata perché i poliziotti, che già mal sopportano la dipendenza dai Direttori di carcere, non tolleravano proprio l’idea di essere sottoposti ai Dirigenti di Servizio Sociale. Ora, la strategica diminuzione nell’organico di questi ultimi e la previsione di una loro presenza negli Uffici EPE dei Provveditorati Regionali, e la eventuale presenza della polizia Penitenziaria negli UEPE portano con sé sicuramente interrogativi non di poco conto e comunque vanno verso l’azzeramento delle Misure Alternative.

L’ attacco agli Uffici di Esecuzione Penale, diventano a questo punto un attacco alle misure alternative, che trovano nel servizio la loro espressione.

Tutto questo, Signor Ministro dimenticando che i metodi carcerari producono recidiva, le misure alternative no. Bisogna quindi distruggere ab initio la dimostrazione che il carcere non serve ma le misure alternative sì perché recenti studi hanno messo in luce che la recidiva dei sottoposti a Misura alternativa è del 19%, mentre quella dei detenuti usciti dal carcere alla scadenza della pena è del 68%.

Questo ci dice che i metodi del carcere sono fallimentari, mentre quelli alternativi sono fortemente significativi.

Ma di tutto questo non si vuole parlare. Sintomatica l’ultima contrattazione sulle dotazioni organiche a gennaio: si pensa di tagliare il poco personale del comparto ministeri e le Dirigenze del Servizio Sociale, mentre il comparto sicurezza viene sempre garantito e sviluppato. Queste scelte miopi e sciagurate ci hanno fatto provocatoriamente chiedere di chiudere gli Uepe, stante l’assoluta inesistenza - ad oggi - di prospettive di impulso ed indirizzo di questi servizi. Esse sono dettate da una colpevole ignoranza della qualità e della ricchezza del lavoro svolto dagli Uepe in oltre trent’anni di storia .

Una memoria svenduta dai Dirigenti di Servizio Sociale, che non hanno avuto e non hanno parole rispetto allo scempio compiuto, memoria coltivata con scientifico disprezzo negli uffici centrali del Dap , come una macchina rotta di cui si devono vendere i pezzi.

Questi servizi devono morire perché la loro storia e la loro esistenza sono scomodi rispetto al modello carcerocentrico, costoso, inefficace, patogeno, suicidario ma che serve all’immaginario forcaiolo della società e alle tasche di chi ci si arricchisce.

L’esistenza del fatto che un’altra pena è possibile dimostra il fallimento dei metodi detentivi, ma questi servizi devono diventare l’ultimo scampolo clientelare e di potere, deve essere minata alla base la credibilità delle misure alternative usando i metodi berlusconiani di attacco e denigrando i lavoratori e il lavoro di questi servizi.

E per distruggere le misure alternative non ci vuole molto: basta un giovane magistrato o un Dirigente Penitenziario (abbiamo già visto questo film), che non ha esperienza sul campo e che forse ha letto sui manuali di procedura penale l’esistenza delle misura alternative alla detenzione, ma non ne conosce i risvolti e che, per cultura che gli è propria, si affiderà in toto alla polizia penitenziaria e non a quattro “sgarrupati” Assistenti Sociali.

Le chiediamo pertanto, Signor Ministro, un incontro urgente.

Grazie per l’attenzione

P.ILCOORDINAMENTO USB PENITENZIARI

Augusta Roscioli

Roma, 16 maggio 2012

martedì 1 maggio 2012

Chiavari, allarme per il carcere


Chiavari - Almeno un centinaio di esperti e addetti ai lavori hanno preso parte al convegno, ancora in corso, organizzato a Chiavari dall’Unione Camere Penali Italiane sul sovraffollamento delle carceri nella penisola. Attesa per l’apertura, il ministro della Giustizia Paola Severino ha mandato un telegramma spiegando di non poter presenziare. Ma i relatori, a cominciare dall’avvocato Silvio Romanelli, hanno fatto la loro parte per animare uno scambio di posizioni su un tema cruciale.
«Siamo secondi in Europa per rapporto tra numero di detenuti e posti nelle strutture - sostiene Giovanni Tamburino, capo del Dipartimento amministrazione peniteziaria del ministero di Giustizia - Va considerata la possibilità di interventi di grande urgenza». Il riferimento è all’indulto all’amnistia o comunque a «una soluzione politica».
Sulla riforma del sistema proposta dal ministro Severino, c’è chi ha individuato alcuni indirizzi importanti, ma vanno precisati: «Uno dei punti della riforma del ministro è la sospensione del procedimento con la messa in prova, cioè il lavoro di pubblica utilità. Una soluzione adottata in alcuni casi dal tribunale per i minori. Ma è una soluzione da sviluppare meglio - ricorda Francesco Cozzi, capo della procura di Chiavari - Serve l’impegno di tutti. Con il codice della strada che prevede il lavoro di pubblica utilità con la guida in stato di ebbrezza i risultati si vedono. Un istituto che va riorganizzato ma utile».
Novantanove persone negli spazi pensati per contenerne 78. Una cinquantina di agenti in pianta organica, ma solo 45 (dirigenti e amministrativi compresi) in servizio operativo. La fotografia del carcere di Chiavari emerge da questi numeri: il penitenziario ha carenza d’organico e paga gli effetti del sovraffollamento. Ripetutamente denunciato dal sindacato della polizia penitenziaria Sappe.
«L’ingresso di sette nuovi agenti di polizia penitenziaria lo scorso novembre - spiega Paola Penco, direttore della casa circondariale - non è stato sufficiente per coprire gli esodi. Siamo sottorganico e consapevoli che, in questo particolare momento per il nostro Paese, non sarà facile risolvere il problema, comune a gran parte dei penitenziari italiani. Il numero dei nostri reclusi oscilla, ma rimane sempre molto vicino al centinaio». È per questo che la direzione ha inviato alla Cassa delle ammende, l’ente interno al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, un progetto per la sistemazione e il riutilizzo degli spazi che si sono liberati con la costruzione nel sottotetto dell’edifico di via al Gasometro della nuova caserma, con mensa, cucina e il trasferimento nell’ala aggiunta degli uffici della direzione. L’obiettivo è avere più aule per l’attività didattica, i corsi di formazione professionale. la biblioteca.

di Debora Badinelli e Marco Fagandini
Levante
Il SecoloXIX

Tamburino "per sovraffollamento soluzioni d'urgenza come il 41 bis"

ansa

''Condizioni di urgenza, come il sovraffollamento nelle carceri, possono richiedere soluzioni d'urgenza come e' stato per il 41 bis'': lo ha detto Giovanni Tamburino, capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, parlando a margine di un convegno organizzato a Chiavari dall'Unione delle Camere Penali della Liguria.
''Le condizioni di sovraffollamento - ha detto Tamburino - possono portare il Paese fuori da un quadro di legalita' costituzionale, Per questo, come fu per il 41 bis contro la criminalita' organizzata, anche per il sovraffollamento possono essere previste soluzioni d'urgenza''.

Alessandro Margara; l'indulto non è praticabile... sull'amnistia c’è poca chiarezza


Ansa, 27 aprile 2012

“Il sovraffollamento delle carceri si sta smontando, perché a forza di risparmiare su tutto, anche sulle forze dell’ordine, stanno diminuendo gli arresti e con essi anche i detenuti”. Ne è convinto il garante toscano dei detenuti Alessandro Margara, intervenuto oggi a margine di un convegno in Consiglio regionale organizzato dal gruppo Fds-Verdi.


Secondo il garante toscano “un indulto non è praticabile, si parla di amnistia ma non capisco di cosa si parli perché Pannella non è mai chiaro. Comunque - ha aggiunto Margara - un’amnistia non avrebbe effetti sulla popolazione carceraria, perché interesserebbe i reati minori ma per i reati minori non c’è la galera”.
Mancano i direttori, carceri in mano a Commissari Polizia penitenziari
“In Italia mancano i direttori delle carceri e si sta prospettando la consegna degli istituti di pena alla polizia penitenziaria. Questo non è un buon modo di agire”. Lo ha detto il garante toscano dei detenuti Alessandro Margara, intervenendo oggi a margine di un convegno in Consiglio regionale organizzato dal gruppo Fds-Verdi. Margara ha spiegato di essere stato oggi ricevuto, insieme ad altri garanti, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per parlare della situazione delle carceri italiane. “Al Presidente - ha sottolineato - ho fatto presente questo aspetto. Praticamente non ci sono più direttori penitenziari, e non ci sono concorsi per farne di nuovi. Allo stesso tempo stanno per entrare 400 commissari di polizia penitenziaria, e di fatto saranno loro a diventare in i direttori delle carceri”.







Carcere -Dichiarazione EPSU al Consiglio dei Ministri della Giustizia EU del 25 Aprile 2012

Dichiarazione EPSU al Consiglio dei Ministri della Giustizia EU del 25 Aprile 2012


Migliori carceri per il personale, i detenuti e la collettività. Gli effetti dell'austerità per le prigioni sono come il sale su una ferita aperta.

La EPSU, la rete dei sindacati dei servizi penitenziari europei che rappresenta la maggioranza degli operatori che lavorano nelle carceri, ha tenuto la sua riunione annuale il 12-13 aprile 2012 ad Oslo, in Norvegia.

Dopo quasi 4 anni di misure di austerità, contrazione dell'economia e aumento della disoccupazione, i problemi da affrontare in molti sistemi penitenziari europei, come discusso alla Conferenza del Consiglio d'Europa da 16 direttori di carcere nello scorso mese di ottobre, permangono:

 Sovraffollamento carcerario;

 Aumento della popolazione ristretta da 549.399 nel 1998 a 630 000 detenuti nel 2009, e incremento del tasso di popolazione detenuta del 24% ogni 100.000 abitanti tra l'anno 2001 e il 2009;

 Condanne più lunghe;

 Aumento esponenziale dell'uso della custodia cautelare, in media 1 su 5 prigionieri;

 Violazione dei più elementari diritti dei detenuti;

 Carenza di personale in tutti i servizi penitenziari;

 Formazione inadeguata o insufficiente del personale penitenziario e dei dirigenti;

 Mancanza di un efficace sostegno da parte dei governi e dei politici.



Questi problemi sono ben noti e ci aiutano a spiegare perché in molti paesi europei il sistema penitenziario non riesce a svolgere il suo ruolo principale, il reinserimento sociale dei detenuti. Eppure poco viene fatto per prevenirli, problemi che mettono a rischio la sicurezza dei lavoratori penitenziari, dei detenuti e della società in generale. Essi hanno, inoltre, impedito l'attuazione delle regole penitenziarie europee concordate da tutti i governi dell'UE e del SEE nel 2006, che EPSU sostiene con forza.

Forme gravi di criminalità che rappresentano un pericolo per gli individui e la collettività dovrebbero sempre portare ad una pena detentiva. Tuttavia, il carcere è sempre più utilizzato come luogo per contenere i malati mentali, i tossicodipendenti, i senza tetto e, più recentemente,

i cittadini stranieri e gli immigrati privi di documenti. Questo in violazione pura del principio fondamentale delle regole penitenziarie europee, in cui è sancito che la privazione della libertà deve essere considerata come ultima istanza, quando cioè altre forme di punizione non possono garantire la sicurezza della società. Ciò rende il lavoro del personale penitenziario molto più complesso ed esigente del normale.
Le misure di austerità coordinate dall'UE, i tagli dei posti di lavoro nel pubblico impiego e sui salarii e pensioni, e gli altri attacchi al welfare pubblico stanno aggravando ulteriormente la carenza di personale e il sovraffollamento carcerario. Ed invero arrivano in un momento in cui, invece, più risorse economiche sarebbero necessarie per sostenere la riabilitazione dei detenuti, che richiede anche condizioni di lavoro sicure e retribuzioni dignitose per il personale penitenziario.
E' opinione della EPSU che il costo del sistema penitenziario non deve mai giustificare condizioni di detenzione degradanti e spaventose condizioni di lavoro.
La EPSU, la rete dei sindacati dei servizi penitenziari europei, ha discusso in modo più approfondito le questioni afferenti l'orario di lavoro e la formazione del personale. In molti paesi il personale è sempre più costretto a far ricorso al lavoro straordinario nella misura in cui "il debito tempo" è diventata una preoccupazione centrale. Ciò è il risultato del crescente carico di lavoro individuale causato dalla pesante carenza di personale, o dal livello troppo basso delle retribuzioni o di entrambi. Lunghi orari di lavoro stanno minacciando la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Per quanto le parti pubbliche dell'UE stiano attualmente tentando di rivedere la direttiva europea del 1993 sull'orario di lavoro la EPSU, la rete dei sindacati dei servizi penitenziari europei auspica che le soluzioni che si troveranno non compromettano la sicurezza del personale e dei detenuti.

Trattare con i detenuti richiede formazione professionale e competenze molto complesse e, quindi, la mancanza di risorse e/o l'aumento del carico di lavoro del personale sono materie che devono essere necessariamente regolate. Questo vale non solo per il personale, ma anche per la dirigenza del settore penitenziario. La leadership inadeguata nella gestione degli istituti penitenziari può avere conseguenze disastrose per lo svolgimento del lavoro, causando alti livelli di stress al personale, problemi di salute e alti tassi di malattia. Risorse umane e finanziarie vengono così a perdersi, e trovare orgoglio nel proprio lavoro professionale diventa impossibile.
Nell'ambito della predetta riunione la EPSU è rimasta molto colpita per la situazione venutasi a creare in Grecia, ove 11 lavoratori sindacalisti che operano nel carcere hanno iniziato, per la prima volta, uno sciopero della fame dal 7 al 12 Aprile, per protestare contro la combinazione letale sovraffollamento/carenza di personale e il mancato pagamento di 3 anni di lavoro straordinario, pur continuando a pagare i pesanti tagli imposti dal Governo. L'anno scorso a maggio la EPSU ha suonato il campanello d'allarme dopo una visita svolta al carcere di Karydallos, ma con nostra grande preoccupazione siamo costretti a prendere atto che i problemi riscontrati non sono stati ancora risolti.
In considerazione della persistente crisi nei sistemi penitenziari europei, la EPSU esorta i Ministri della Giustizia del Consiglio dell'UE che si riuniscono il 25 aprile p.v. a sostenere:
 Il carcere come misura di ultima istanza;

 L'applicazione delle regole penitenziarie europee, a seguire le raccomandazioni fatte dai 16 membri del Consiglio d'Europa ai direttori delle carceri nella conferenza dell'ottobre 2011 per ridurre la popolazione carceraria e la custodia cautelare;

 L'individuazione e l'attuazione, come richiesta minima, di comuni standard sociali nell'UE in materia di salute e sicurezza e dell'orario di lavoro degli operatori del sistema penitenziario;

 L'elaborazione di principi comuni nell'UE in materia di formazione del personale e della dirigenza del penitenziario in collaborazione con la EPSU, la rete dei sindacati dei servizi penitenziari europei;

 Il rispetto dei diritti sindacali e il dialogo sociale in linea con gli articoli del trattato UE 152-155, Carta UE dei diritti fondamentali dell'uomo, convenzione dell'ILO 151, nonché delle regole penitenziarie europee 86-87 che promuovono la consultazione del personale, nonché dei detenuti, da parte del titolare della gestione dell'amministrazione penitenziaria;

 La cooperazione tra gli ispettori degli istituti di pena e i sindacati, al fine di tenere debitamente conto delle condizioni e dell'ambiente di lavoro del personale penitenziario nella valutazione della qualità del carcere ispezionato;

 più risorse per tutti i servizi che si occupano di carcere per assicurare il reinserimento dei detenuti, la sicurezza del personale e la sicurezza della società in generale;

 basandosi sulle buone prassi tenute in tutta Europa, nell'organizzazione del lavoro del personale penitenziario è utile avviare una cooperazione con le rappresentanze sindacali, la cui esperienza è notoriamente ritenuta molto preziosa
Data la situazione critica vissuta in molte carceri europee, praticare l'austerità in questo settore è come versare il sale su una ferita aperta. Per avere successo, quanto sopra deve essere sostenuto da una moratoria immediata sui tagli dei posti di lavoro del servizio pubblico e dei salari, che sono socialmente ed economicamente disastrosi, oltre che infondati.

Bisogna anche considerare che detenere livelli di criminalità per lungo termine significa immaginare un prezzo molto alto da pagare in termini economici, soprattutto per la auspicata riduzione del debito pubblico e dei livelli di deficit accumulati.

Il modo migliore per ridurre il crimine è quello di evitare che si verifichi investendo nell'inclusione sociale, nell'istruzione e nell'offrire opportunità di lavoro dignitose, di evitare la criminalizzazione di gruppi di persone che non sono pericolose, ma rese vulnerabili.

Ci sono alternative praticabili ai tagli di spesa, tra queste la più urgente da adottare riguarda l'attuazione della direttiva europea per una tassa sulle transazioni finanziarie, che potrebbe raccogliere 57 miliardi di euro l'anno; ma anche altre misure sono efficaci per combattere la frode fiscale e l'elusione, stimata in 1 miliardo di miliardi di euro di ricavi persi all'anno nell'UE.






EPSU è la Federazione Sindacale Europea dei Servizi Pubblici. È la più grande Federazione della CES con 8 milioni di lavoratori dei servizi pubblici provenienti da oltre 275 organizzazioni sindacali degli impiegati nei settori dell'energia, dell'acqua e dei rifiuti, i servizi sanitari e sociali, il governo locale, regionale e centrale e le amministrazioni dell'UE in tutti i paesi europei. Per ulteriori informazioni su EPSU www.epsu.org

lunedì 16 aprile 2012

Giustizia: Lisiapp; più poteri alla Polizia penitenziaria, bene proposta capo Dap

Asca, 15 aprile 2012

“La Polizia penitenziaria potrebbe assumere un ruolo di custodia e vigilanza anche per i condannati che scontano la loro pena con misure alternative al carcere”.

È quanto affermato dal capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Giovanni Tamburino, in merito al ruolo della Polizia penitenziaria rispetto alle nuove misure alternative al carcere proposte dal Governo.

Anche in questi casi, ha sottolineato Tamburino, “ci sono esigenze di controllo e vigilanza e bisogna valutare se questo compito potrebbe essere svolto dalla Polizia penitenziaria o dalle forze di polizia sul territorio.
A ciò interviene Mirko Manna segretario Generale del Libero Sindacato appartenenti polizia penitenziaria (Lisiapp), che sottolinea come da tempo non si vedeva un intervento in favore del Corpo o quanto meno una condivisione delle problematiche che affliggono i poliziotti penitenziari a cominciare dalla proposta avanzata dal capo Dap fino ad arrivare a riconoscere gli episodi di suicidi come riconducibili ad una serio disagio che il personale vive sulla propria pelle.
È un piccolo segnale - continua il leader Lisiapp, quello del presidente Tamburino, purtroppo siamo davanti ad un ventennio dalla riforma di smilitarizzazione del 1991’ che il Corpo attende una vera ristrutturazione intesa come istituzione del dipartimento della Polizia penitenziaria e un capo della Polizia penitenziaria proveniente dai ranghi del Corpo come accade per altre forze di polizia. Piccoli passi - conclude Manna - sono stati fatti in questi anni , ma ciò non basta, ci vuole come denunciamo da anni una vera ed esclusiva posizione di merito sulle problematiche di tutte le donne e uomini della Polizia penitenziaria

Giustizia: la crisi del carcere, tra burocrati e magistrati

Massimo Di Rienzo (Direttore Casa Circondariale di Lanciano)

Il Manifesto, 15 aprile 2012

Per risolvere la crisi del sistema penitenziario c’è bisogno di una classe dirigente diversa dall’attuale coabitazione tra alti burocrati, appagati dallo status raggiunto, e magistrati a tempo.

Ad affrontare la grave crisi del sistema penitenziario, notoriamente ormai caratterizzata dai problemi del sovraffollamento e della carenza delle risorse, umane e finanziarie, è chiamata una dirigenza penitenziaria ancora in via di formazione, dopo la riforma del 2005.
Segnata da un percorso storico travagliato, oscillante fra spinte politico-legislative spesso di segno opposto, essa da circa sette anni nella gestione corrente viene assimilata, o meglio equiparata, ora a quello ora a questo riferimento professionale, limitata e tenuta sotto tutela dalla presenza costante, sebbene temporanea per i singoli interessati, di magistrati nei ruoli fondamentali dell’amministrazione.
La permanenza dei magistrati all’interno dell’ organizzazione amministrativa in generale, ed in particolare in quella della giustizia, ha una lunga storia. Tuttavia intorno alla metà degli anni novanta, per chi viveva dal di dentro la cosa penitenziaria, era evidente che una sorta di tacito patto finiva per legare gli alti dirigenti ed i magistrati insediati nei gangli centrali dell’apparato carcerario. Ai primi, dopo le prime nomine e fino al 2011 selezionati con modalità che lasciavano progressivamente sempre meno spazio al merito ed alla competenza a vantaggio di patrocini politici e di potere, veniva riservata la gestione dei provveditorati regionali, oltre alla conduzione di alcune direzioni generali e dell’Istituto superiore di studi penitenziari. I secondi, provenienti quasi esclusivamente da esperienze nelle Procure, progressivamente rafforzavano le proprie posizioni a livello centrale ampliando maggiormente la loro sfera di influenza con l’occupazione di posti ulteriori rispetto ai limiti dettati dalla legge, che circoscrive le loro competenze a quelle riconducibili a solo due delle cinque direzioni generali.
La coabitazione fra alti burocrati e magistrati nei posti di comando dell’Amministrazione penitenziaria finiva per svilire e relegare in secondo piano le problematiche che caratterizzavano le entità territoriali, gli istituti e gli uffici di esecuzione penale esterna; realtà che, invece, rivestendo un ruolo centrale nella concreta applicazione dell’esecuzione penale, avrebbero meritato ben altre attenzioni. Uno sguardo d’insieme a quella che è stata nell’ultimo scorcio la distribuzione del personale dirigente sul territorio rileva situazioni di estrema instabilità: istituti ed uffici locali lasciati per anni privi di direttori titolari, anche a causa di un mancato turn over, cui fa da contrappunto l’ ingolfamento di funzionari dirigenti presso sia gli uffici centrali che le articolazioni regionali, con relativo svilimento e deprezzamento delle funzioni ivi svolte. Rappresentazione inquietante, che si sarebbe ancora maggiormente consolidata se si fosse realizzato il più recente proposito di redistribuzione delle risorse professionali dirigenziali, risalente a circa un anno addietro, che invece ha trovato una decisa opposizione e, allo stato, non se ne conosce il destino.
La presenza, quindi, ai livelli di alta responsabilità dell’Amministrazione penitenziaria, da un lato di burocrati ormai appagati dello status raggiunto, e quindi generalmente poco inclini all’esercizio di capacità critiche e di stimolo nei confronti dei referenti decisionali della politica carceraria; dall’altro di magistrati prestati a tempo determinato alla vita amministrativa (la norma prevede una permanenza massima di cinque anni, molto spesso prorogata fino a dieci) sta rallentando la costruzione di un ceto dirigente all’altezza dei compiti, onerosi e problematici, che i tempi richiedono.
Il mantenimento delle posizioni di potere accennate non è estraneo allo stesso ritardo che si registra nella ripresa delle trattative per giungere alla conclusione del primo contratto di categoria: è palmare la tiepidezza che l’ Amministrazione centrale fino ad oggi mostra nella vicenda. Ancora una volta si rileva come il problema cruciale risieda nella formazione dell’assetto in cui si sviluppano i processi di formazione della volontà dell’apparato di vertice, che fanno capo a soggetti per un verso scarsamente motivati, per l’altro carenti nel fondamentale rapporto di immedesimazione organica con l’ente cui sono temporaneamente distaccati.
Altre considerazioni, non proprio di confine, si pongono ancora sulla presenza di componenti di un ordine diverso nella segmentazione amministrativa. Senza scomodare principi di ordine costituzionale, senza cioè invocare la mai troppo celebrata tripartizione dei poteri alla base dello stato di diritto, non può non rilevarsi quanto la confusione fra matrici culturali, e relative vocazioni professionali, proiettate a finalità di diversa valenza istituzionale, finisca per ingenerare mescolanze perniciose. Quando, per esempio, a capo di un ufficio ispettivo e di controllo viene posto un - peraltro valente - magistrato che per diversi anni ha svolto le funzioni di Pubblico Ministero, è di tutta evidenza come le regole della vita amministrativa vengano inevitabilmente alterate. Per non dire di quanto sia forte la tentazione di ritenere che sia stato disposto un commissariamento di fatto di quell’ ufficio, quando si constata che a capo della Direzione generale dei beni patrimoniali viene posto un magistrato, già anch’egli Pubblico Ministero di indubbio valore e cacciatore di mafiosi. È quindi evidente come in casi del genere venga snaturata la finalità istituzionale cui gli uffici in questione sono preposti, per assumerne altre, di intuibile, ma taciuto, significato. Ecco come allora la stessa tripartizione dei poteri, che non si vorrebbe scomodare in tale corpore vili, finisca inevitabilmente per ridondare e per rilevarsi la sua inosservanza un pericoloso intralcio alla trasparenza dell’azione amministrativa, segmento non proprio trascurabile, della stessa vita democratica.
Un ulteriore problema si pone nella comprensione di tale caleidoscopio, quando si rilevano ben tre diverse specie nella dirigenza penitenziaria, ( per le specifiche contrattuali se ne potrebbero contare quattro) ciascuna portatrice di un suo background culturale. Quando cioè, nel giro di qualche anno, anche la Polizia Penitenziaria enumererà suoi componenti fra le leve dirigenziali, l’Amministrazione sarà dotata di almeno tre ranghi diversi di funzionari dirigenti. Si badi, non si tratta semplicemente di ruoli distinti che si dipartono dal medesimo ceppo.
La situazione è ben più complicata. Sono infatti almeno tre i filoni di diversa origine e matrice, con tutto ciò che ne può conseguire in termini di disomogeneità nel significante degli interventi. La provenienza culturale, formativa e professionale infatti spazierà da quella della magistratura ( ordinaria ) a quella dei dirigenti penitenziari, (comprendendovi anche quelli di competenza pedagogica e contabile) a quella di un Corpo di polizia; con una aggiunta di eterogeneità di ben quattro regimi contrattuali - che vuol dire trattamento economico e status giuridico, e cioè: diritti, doveri, interessi, oneri, aspettative, progressioni - diversamente individuati e regolamentati.
Una dinamica virtuale fra queste quattro specie potrebbe risolversi positivamente a vantaggio di un arricchimento della vita amministrativa, con la presenza imprescindibile di una regia autorevole che sappia far convergere le differenze verso l’ univocità del mandato istituzionale. Ma il compito è arduo ed irto di difficoltà.
Un quadro invece appena men che ottimale, caratterizzato semmai da debolezze in fatto di volontà di indirizzo o da scarsa chiarezza nelle finalità da perseguire, semmai con una leadership che non eccella in carisma e capacità risolutive, potrebbe invece contribuire a determinare un panorama di disorganicità, con incertezze ed incoerenze sia nella individuazione che nel perseguimento degli obiettivi.
Certamente la semplificazione della complessità delineata, al fine di rendere meno arduo il perseguimento degli intenti definiti in sede politica, richiede come obiettivo immediato la riduzione delle distanze fra le matrici di provenienza, almeno attraverso significativi momenti formativi comuni dei ranghi. Tempi diversi, ma non eludibili per chi si fosse dato una visione alta della funzione penitenziaria, richiede la costruzione di un ceto dirigente compatto ed unitario: attraverso un percorso in cui non solo il substrato di valori condivisi, ma pure una comune, agita e penetrante conoscenza degli strumenti attuativi dell’esecuzione penale, così come modellata dalla norma, facciano da imprescindibile tessuto connettivo.

Tamburino(Capo Dap) : serve un patto di responsabilità con i detenuti

ansa- 12.4.2012


"Un patto di responsabilità tra i detenuti e l'amministrazione, che da un lato assicuri ai detenuti dei vantaggi e che dall'altro comporti un'assunzione di responsabilità rispetto all'osservanza delle regole, utile ad abituare il detenuto al ritorno alla società".
È questa la ricetta del capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Giovanni Tamburino, per la gestione delle carceri italiane. Occorre un sistema "diverso da come è adesso", ha affermato Tamburino, che non si basi tanto "sul controllo che in qualche modo blocchi il detenuto, ma che dia ragionevole fiducia, sempre nella massima prudenza, che occorre a tutela delle condizioni di sicurezza".
A tal proposito, intervenendo alla Scuola di perfezionamento per le forze di polizia a Roma, Tamburino ha portato ad esempio i sistemi adottati in Spagna e Germania: "possono essere una linea, percorsi per realizzare una sicurezza dinamica". E nel costruirli, ha concluso, "possiamo anche commettere errori, anche perché l'errore misurato aiuta ed è necessario per fare passi avanti".

Polizia penitenziaria anche per misure alternative

"La Polizia penitenziaria potrebbe assumere un ruolo di custodia e vigilanza anche per i condannati che scontano la loro pena con misure alternative al carcere".
Così il capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Giovanni Tamburino, in merito al ruolo della Polizia penitenziaria rispetto alle nuove misure alternative al carcere proposte dal Governo. Anche in questi casi, ha sottolineato Tamburino, "ci sono esigenze di controllo e vigilanza e bisogna valutare se questo compito potrebbe essere svolto dalla Polizia penitenziaria o dalle forze di polizia sul territorio. Bisogna valutare se tutto ciò che riguarda l'esecuzione della pena potrebbe essere affidato alla Polizia penitenziaria. Ciò richiederebbe una ristrutturazione". Secondo il capo del Dap questa impostazione "potrebbe avere una logica", ma bisogna evitare di fare "scelte confuse".

Il 41 bis ha dato buoni risultati contro la mafia

Il regime di detenzione secondo il 41 bis "ha dato buona prova", rivelandosi "un sistema di prevenzione rispetto al rischio di reati mafiosi. Da quando c'è, dagli anni 90, ha dato un risultato buono". Lo ha detto il capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Giovanni Tamburino, intervenendo alla Scuola di perfezionamento per le forze di polizia, oggi a Roma.
"Non possiamo dire che la mafia è stata sconfitta - ha aggiunto - ma un certo tipo di mafie sono state tagliate anche per merito del 41 bis". Tamburino ha quindi portato l'esempio di altri reati come "il sequestro di persona e il terrorismo, che hanno trovato sul piano carcerario un forte sostegno alla sconfitta".

Moretti (Ugl): bene Tamburino su ruolo Polizia penitenziaria

"Accogliamo con soddisfazione le indicazioni fornite dal capo del Dap in merito ad un diverso ruolo della Polizia Penitenziaria nell'esecuzione penale. Da oltre tre anni, infatti, l'Ugl chiede di modificare il sistema penitenziario, dando nuova collocazione operativa al Corpo". Così in una nota il segretario nazionale dell'Ugl Polizia Penitenziaria, Giuseppe Moretti, commenta le dichiarazioni del capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Giovanni Tamburino, in merito al compito di custodia e vigilanza che potrebbe avere la Polizia Penitenziaria rispetto alle nuove misure alternative al carcere proposte dal Governo. "La Polizia Penitenziaria - spiega il sindacalista - oggi svolge compiti che potrebbero essere superati dall'attuazione di un diverso sistema di gestione della detenzione, ma anche da un incremento della tecnologia nei sistemi di controllo, consentendo agli agenti di occuparsi delle misure alternative alla reclusione e, più in generale, del controllo di tutta l'esecuzione penale, sia essa interna che esterna". "Siamo consapevoli che il recupero del reo non può più essere soddisfatto da una carcerazione che ne prevede la permanenza in cella per oltre 20 ore al giorno - continua Moretti - ma una maggiore mobilità dei detenuti nelle sezioni può portare ad un aumento delle risse o di situazioni critiche. Perciò, crediamo che la modifica del sistema di gestione dei detenuti debba presupporre interventi atti anche a diminuire il carico di responsabilità che ricade, in base all'attuale normativa, sugli agenti di Polizia Penitenziaria". "I modelli come quello spagnolo o tedesco - conclude il sindacalista - possono essere una soluzione, fermo restando la necessità di ridurre i carichi di lavoro estremi che ora ricadono sul personale".

giovedì 1 marzo 2012

ANALISI E PROPOSTE PER UN NUOVO SISTEMA DELL’ESECUZIONE PENALE Le lavoratrici e i lavoratori si confrontano con il territorio

MILANO 27 FEBBRAIO - INCONTRO ASSEMBLEA FP CGIL PRESSO IL CARCERE DI S. VITTORE


Il mio intervento più che soffermarsi sull’esistente vuole aprire una riflessione sul prossimo futuro considerato che l'attuale situazione delle carceri (ma, ineludibilmente, anche la situazione dell'area penale esterna), impone interventi indifferibili che consentano in tempi, il più possibile rapidi, una significati...va riduzione della popolazione detenuta e il mantenimento della medesima entro quote compatibili con il rispetto dovuto a ogni persona detenuta. Ritengo che l’insieme dei provvedimenti previsti dall’attuale Governo vadano nella giusta direzione, quando propongono interventi di: diversa gestione della custodia cautelare, di forme di depenalizzazione, nonchè di nuove sanzioni sostitutive e potenziamento delle misure alternative al carcere, ma non si può ignorare che contemporaneamente si sta decidendo di tagliare le piante organiche degli operatori specialisti del trattamento (meno 35% per gli assistenti sociali, meno 27% per gli educatori) e la privatizzazione del sistema penitenziario, non solo relativamente alla costruzione di nuovi Istituti, ma anche alla gestione dei servizi.

A maggior ragione se si ribadisce come risulta dall’atto d'indirizzo 2012-2014 del Ministro della Giustizia, che il carcere debba rappresentare solo l’extrema ratio, ragionare sul sistema dell'esecuzione della pena significa avere riguardo per l'esecuzione sia interna sia esterna al carcere in una dimensione unitaria e strategica, che superi l'idea delle misure alternative intese esclusivamente come misure deflattive del carcere,

Per fare questo, in particolare nell’applicazione delle misure alternative e sostitutive della detenzione è necessario che si possano concretamente esercitare quelli che sono gli elementi costitutivi di queste misure e cioè: l’integrazione con il territorio, l’individualizzazione del progetto riabilitativo, la messa in rete delle risorse, la centralità posta sulla restituzione della responsabilità ai soggetti e tutto questo è possibile solo attraverso la costante relazione con gli operatori del trattamento.

Dal 1975 ad oggi i servizi che hanno concretamente gestito tali misure sono gli UEPE, (già CSSA), servizi che hanno contribuito in modo sostanziale alla riduzione delle recidive, perchè le misure alternative sono risultate molto più efficaci relativamente a questo obiettivo rispetto alle carcerazioni e vi sono ben sei ricerche del Ministero della Giustizia e del DAP che lo dimostrano, smentendo nei fatti che il carcere sia sempre la soluzione migliore. Eppure sono proprio questi servizi ad essere ridimensionati e non messi nelle condizioni di assolvere in pieno al proprio mandato istituzionale, infatti i tagli previsti sono decisioni che, di fatto, vanno in palese contrasto con le proposte legislative messe in cantiere, anche dall’attuale governo.
L’ex capo del Dipartimento, nel corso di un’audizione in commissione Giustizia al Senato aveva affermato che senza la legge 199 del 2010, in carcere oggi avremmo 73 mila detenuti: una cifra che ha dichiarato "intollerabile", sarebbe stato, però, necessario aggiungere, e questo non lo ha fatto che, essendoci in Italia oltre 19.000 soggetti in misura alternativa, in assenza di tali misure le carceri avrebbero dovuto sopportare la presenza di circa 90.000 detenuti, a fronte di una capienza di 47.000.
Un’altra verità che, non viene normalmente evidenziata, è che questi numeri debbono farci riflettere sulla tollerabilità da parte del nostro paese di una simile mole di soggetti privati della libertà e dei costi che questo comporta, pertanto non si può non ribadire che la soluzione va trovata in un insieme di provvedimenti, come questo Governo ha anche iniziato a fare, che prevedano
a breve termine:
la revisione dei meccanismi di custodia cautelare la depenalizzazione di alcuni reati e contemporaneamente la eliminazione di alcune leggi che hanno volutamente inflazionato il sistema (la legge Bossi- Fini sull’immigrazione, la legge Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze e la legge ex Cirielli relativamente alla parte che prevede la non possibilità di accesso alle misure alternative dei soggetti dichiarati recidivi reiterati) e questa possibilità neanche l'attuale governo la sta prendendo in considerazione. a più lungo termine:
la riduzione dei tempi del processo la revisione del codice penale la ridefinizione delle misure di sicurezza. Entrando nel merito dei provvedimenti urgenti avviati dal Ministro della Giustizia e che stanno impegnando in questi giorni il dibattito parlamentare è opportuno sollevare alcune considerazioni:
relativamente all'innalzamento da dodici a diciotto mesi della “detenzione presso il domicilio”, introdotta dalla Legge 26 novembre 2010, n. 199, è opportuno segnalare che lo sforzo richiesto al personale dell’Amministrazione penitenziaria (educatori e assistenti sociali, incaricati di redigere i rapporti informativi sul comportamento del soggetto in carcere e sull’accertamento dell’idoneità del domicilio) appare del tutto sproporzionato per lo scarto tra il numero di richieste e i soggetti effettivamente scarcerati. (ad es. in Lombardia a fronte di 985 richieste da parte della Magistratura agli assistenti sociali degli UEPE e di 803 accertamenti effettuati, solo 307 sono stati effettivamente scarcerati). l’ accertamento della disponibilità del domicilio, affidato al servizio sociale dell'UEPE competente con apposita circolare del DAP, è stato ritenuto prevalente sulle altre incombenze di questi uffici con il risultato, paradossale, di rallentare l'attività sulle misure alternative tradizionali che rappresentano, invece, un accesso strutturale e duraturo alle MM.AA.
Rispetto alla legge 199/2010 faccio notare, che i suoi limiti non sono solo di natura giuridica, ma anche sociale, come la maggior parte dei problemi che attengono alle questioni dell’esecuzione penale.
La legge così recita: "la pena detentiva... è eseguita presso l'abitazione del condannato o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza". Risulta evidente che presupposto indispensabile per l'ammissione alla misura sia la disponibilità di "un'abitazione o di altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza". Si tratta di una disponibilità che non si può considerare scontata, pertanto, diverse persone, astrattamente ammissibili alla misura, di fatto non hanno potuto accedervi, proprio per la penuria di risorse abitative o di luoghi di cura, specie nel caso si tratti di stranieri.
Proprio per questo occorrerebbe potenziare una professionalità come quella dell’Assistente sociale che ha le competenze giuste e la professionalità più adeguata per attivare le reti territoriali e le risorse necessarie affinchè soggetti ammissibili a misure alternative al carcere possano realmente accedervi e non stazionare in carcere per l’incapcità della società di farsene carico.
Relativamente poi al disegno di legge «Delega al Governo in materia di depenalizzazione, sospensione del procedimento con messa alla prova, pene detentive non carcerarie, nonché sospensione del procedimento nei confronti degli irreperibili» ritengo vada nella giusta direzione nel momento in cui prevede varie forme di depenalizzazione e di concessione di pene sostitutive alla detenzione.
Relativamente alla sospensione con la messa alla prova, ritengo, però, si stiano ripresentando ambiguità e contraddizioni già emerse in altre iniziative normative volte a introdurre pene sostitutive alla detenzione e che proprio perchè non ben delineate in tutti i risvolti anche applicativi non sono decollate e hanno avuto una scarsa incidenza sul rinnovo del sistema di esecuzione della pena.( l. 689/1981, DL 274/2000.-giudici di pace, DL.49/2006 all’art. 5 bis-tossicodipendenze)

Il Disegno di Legge prevede che la messa alla prova consista nella prestazione di lavoro di pubblica utilità, nonché nell’osservanza di eventuali prescrizioni relative ai rapporti con il servizio sociale..... e che possono essere modificate dal giudice, su segnalazione proprio dei servizi sociali;
Il punto debole di tale proposta è che si fa un generico riferimento al servizio sociale, senza specificare quale e se trattasi proprio del servizio sociale che opera negli UEPE, in tal caso si deve considerare che con gli attuali organici (per non parlare delle decurtazioni effettuate o in procinto di essere effettuate) questi servizi sono nella impossibilità di sostenere qualsiasi incremento dei carichi di lavoro, pertanto la nuova misura rischia ancora una volta di rimanere solo sula carta. Nè possiamo ignorare che gli Uepe hanno maturato negli anni una rilevante esperienza nella conduzione di indagini sociali e che già attualmente forniscono elementi prognostici alla Magistratura di Sorveglianza e che in futuro possono traslare questo modello di indagine per le consulenze alla Magistratura di cognizione.
Gli assistenti sociali di questi servizi, così come quelli degli USSM, sono titolari di una professionalità specialistica che va preservata e potenziata.

Non si può neanche pensare di fare a meno del contributo del servizio sociale in quanto, tale contributo tecnico-professionale nel momento della strutturazione della sanzione ed in quello dell’esecuzione è imprescindibile, perchè attraverso la raccolta di informazioni sullo stile di vita, sulle potenzialità personali ed ambientali, fornisce gli elementi utili alla definizione della sanzione più appropriata. Occorre, quindi, che nel momento in cui la legge processuale prevede l’irrogazione di una pena alternativa o sostitutiva del carcere, indichi a chi devono essere assegnati i compiti di inchiesta conoscitiva della situazione, sulle possibilità di presa in carico da parte degli uffici come già fa l’ articolo 6 del D.P.R. 448/88 nell’ambito della giustizia minorile
Anche relativamente alla prestazione del lavoro di pubblica utilità, che presuppone una vasta disponibilità di opportunità allestite da stato, regioni ed enti locali non si può ignorare che vanno costruiti appositi progetti e convenzioni pena la non possibilità di una concreta fruibilità della misura.
Va da sè che anche per il lavoro di pubblica utilità la figura dell’assistente sociale può rappresentare la figura professionale più adatta e specializzata per attivare le risorse e le reti necessarie alla sua realizzazione.
Tutte queste misure potrebbero servire sicuramente a rendere strutturale il minor ricorso al carcere, e inciderebbero anche sulla riduzione dei costi globali nella gestione dell’esecuzione della pena, ma è impensabile che possano realizzarsi a costo zero e perché siano risolutive vanno integrate con diversi altri interventi che aggrediscano il problema sovraffollamento penitenziario sotto altri punti di vista.

In conclusione per rendere effettivamente operative le misure o le pene alternative occorre porsi l'obiettivo di riformare l’attuale sistema di esecuzione della pena all'esterno del carcere e per delinearne un sistema adeguato si possono prendere ad esempio sia l'organizzazione del settore minorile italiano sia quelle esistenti in altri paesi europei, dove esistono servizi ormai collaudati.
Infine ritengo opportuno come assistente sociale penitenziaria, onde evitare di trovarci … spettatori inconsapevoli di scenari già realizzati…, porre a chi sta maturando le proprie decisioni, alcune domande:
quale evoluzione è legittimo attendersi per gli UEPE? Anche in considerazione della riduzione delle piante organiche del personale di servizio sociale? Alla luce del c.d. decreto liberalizzazioni che all’art. 43 prevede la gestione da parte dei privati dell’infrastruttura e dei servizi connessi, a esclusione della custodia,....” tra i possibili servizi connessi possono rientrare anche le attribuzioni degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna? Quando il disegno di legge sulla messa alla prova parla di servizio sociale, a quale servizio/i sociale/i fa riferimento ? Al servizio sociale penitenziario oggi incardinato negli UEPE? Ai servizi sociali territoriali o a prestazioni sociali privatizzate/privatizzabili?


Anna Muschitiello
Funzionario della professionalità di servizio sociale

giovedì 23 febbraio 2012

Comunicato: La FP CGIL incontra il Ministro Paola Severino


Si è tenuto ieri al Ministero della Giustizia, come preannunciato nei giorni scorsi, l'incontro tra le OO.SS. rappresentative degli operatori penitenziari, dirigenza, comparto sicurezza e ministeri, e il Ministro Severino.
La evidente quanto prevedibile costituzione pletorica del tavolo non è parsa rispondente ai tempi e agli impegni del Ministro che, come nel precedente incontro purtroppo, ha lasciato il tavolo prima della conclusione di tutti gli interventi, affidando la prosecuzione della discussione agli altri componenti la delegazione di parte pubblica presenti all'incontro, in particolare modo al nuovo Capo del DAP, Presidente Giovanni Tamburino, che ha proseguito il confronto con alcune delle parti sociali che hanno scelto di continuare a presenziare.
La Fp Cgil, alla presenza del Ministro Severino, è comunque riuscita a proporre nel brevissimo tempo messo a disposizione - 5 minuti - solo una parte del proprio intervento, che nelle intenzioni avrebbe dovuto contemplare in maniera esaustiva le rivendicazioni che caratterizzano le peculiarità professionali dei diversi comparti contrattuali rappresentati.
In ragione dell'esiguo tempo messo a disposizione delle rappresentanze sindacali la Fp Cgil, nel sottolineare l'assenza dell'ordine del giorno dalla discussione, che avrebbe consentito di comprimere i tempi degli interventi e centrare la discussione evitando inutili digressioni, ha chiesto al Ministro Severino di programmare quanto prima una serie di incontri separati tra le OO.SS. dei diversi comparti.
Si è avuto comunque il tempo di manifestare apprezzamento per l'intento prioritario comunicato dal Ministro nell'occasione di ridare dignità al sistema penitenziario, segnato da una evidente e profonda crisi che denota una regressione in termini di civiltà del nostro Paese, e di voler sia ricondurre gli obiettivi del sistema detentivo nei principi sanciti dall'art. 27 del dettato costituzionale, che dedicare pari impegno alla risoluzione delle problematiche che allo stato attuale affliggono il mondo del lavoro in carcere. Intenti che abbiamo puntualmente registrato, dei quali però - considerate le esperienze fin qui maturate - abbiamo chiesto sollecita concretizzazione e realizzazione se si vuol essere davvero credibili.
A tal proposito, abbiamo anche sostenuto che quanto previsto dal pacchetto carceri recentemente varato risulta essere solo un timido approccio alle proporzioni dell'emergenza carcere, che invero necessita di interventi più mirati ed incisivi, in grado di offrire prospettive ad un sistema penitenziario reso ormai per lo più agonizzante.
Pertanto, nell'evidenziare come l'incontro avesse a nostro parere una connotazione squisitamente politica, abbiamo incalzato il Ministro chiedendogli un impegno teso a dare risposte concrete alle problematiche che per forza di cose si collocano in tale ambito, ovvero: chiarezza circa il contenuto dell'art. 43 del DL riguardante le "liberalizzazioni", che prefigura la possibilità di privatizzare le carceri. Un progetto pericoloso che non condividiamo affatto, in quanto inconciliabile con la norma costituzionale di riferimento; ma anche, la ripresa della negoziazione avviata con il Dipartimento della Funzione Pubblica per la definizione del primo contratto della Dirigenza penitenziaria e la Previdenza Complementare per il personale del Comparto Sicurezza; la revisione del contratto integrativo del comparto ministeri, che ha svilito e mortificato tutte le professionalità penitenziarie impegnate nell'espletamento del compito istituzionale di riferimento; la necessità di deroghe ai tagli delle risorse economiche che hanno insistito in maniera devastante sul sistema penitenziario e il lavoro degli operatori; la necessità di costituire un tavolo tecnico che investa il sistema dell'esecuzione penale esterna circa la fattibilità e l'implementazione delle misure annunciate in tema di misure alternative e messa alla prova; l'esigenza e urgenza di predisporre un piano di lavoro per la Polizia Penitenziaria, capace anche di affrontare e risolvere l'annosa e tuttora insoluta questione afferente il disallineamento e la differenza di trattamento subita dai ruoli dei sovrintendenti, ispettori e funzionari della Polizia Penitenziaria rispetto agli omologhi della Polizia di Stato.
Nelle sue conclusioni, ovvero prima di lasciare la riunione, il Ministro Severino eludendo la gran parte delle questioni sollevate ha comunicato che la questione afferente il project financing a cui noi facevamo riferimento è, e sarà sempre, tenuta sotto controllo dal Ministero della Giustizia perché, a suo dire, occorre assolutamente tener conto della peculiarità e della tutela degli interessi e servizi pubblici prevalenti.
Verificheremo in seguito se le affermazioni fatte dal Ministro corrisponderanno alla realtà dei fatti, e se rispetto ai temi trattati solo in parte ieri sarà in grado di offrire risposte tangibili agli operatori impegnati nel sistema penitenziario.
Per quanto ci riguarda, in attesa di ricevere le convocazioni richieste, sui temi posti alla discussione è certo che continueremo a caratterizzare la nostra attività sindacale con impegno e dedizione.
Roma, 23.02.2012



Il Coordinatore Nazionale FP CGIL Il Coordinatore nazionale FP CGIL
Settore penitenziario Polizia Penitenziaria
Lina Lamonica Francesco Quinti


PAGANO DOPO 20 ANNI SALUTA MILANO E VA AL DAP

milano.repubblica.it
Luigi Pagano, ormai ex provveditore alle carceri lombarde, ha salutato oggi gli esponenti delle forze dell'ordine e i magistrati alla presenza dell'assessore comunale Lucia Castellano, dopo la nomina a Roma a vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) dove affiancherà l'ex magistrato di sorveglianza Giovanni Tamburino. "Lavorare a Milano è stato fantastico - ha detto -, la Milano dei sogni, la Milano da bere, ma anche la Milano cosmopolita e insieme provinciale. Io arrivavo da Napoli ed ero come Totò e Peppino". Visibilmente emozionato, Pagano ha affermato di non aspettarsi "così tanti amici" a salutarlo nell'anticamera del procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati. Dal presidente del tribunale Livia Pomodoro, al questore Alessandro Marangoni, dal capo della squadra mobile Alessandro Giuliano, al comandante del comando regionale della guardia di finanza Attilio Iodice, al capo della polizia locale Tullio Mastrangelo. "Milano per me ha rappresentato anche questo, l'amicizia al di là del lavoro", ha proseguito Pagano, per poi aggiungere ridendo: "Se mi hanno chiamato a Roma sono problemi loro: grazie a tutti, porterò Milano nel cuore, perché nonostante il mio accento, sono napoletano, Milano è diventata la mia prima città". A Milano dal 1989 prima come direttore di San Vittore, dal 2004 come provveditore, Pagano ha detto che "il carcere chiuso in se stesso genera criminalità". "Pagano ha compiuto nei diversi ruoli svolti un segno molto netto in quel difficilissimo compito di tenere insieme la tutela della sicurezza e l'attenzione alla prospettiva della rieducazione e del reinserimento nella società dei detenuti. Ci dispiace molto che lei lasci Milano. Buon lavoro", gli ha augurato Bruti Liberati. Mentre Pomodoro ha parlato della situazione "molto grave" delle carceri, dovuta "non solo al sovraffollamento, ma al fattoche tanti di quei progetti fatti in passato sono stati abbandonati. Qualcuno ha detto per mancanza di mezzi, ma io non lo credo, anche se non penso nemmeno sia stato fatto dolosamente. È l'incapacità culturale di vedere il futuro del Paese anche attraverso situazioni più estreme come quelle del carcere". Infine il presidente del tribunale di sorveglianza Pasquale Nobili De Santis ha così salutato Pagano: "Una scelta migliore non poteva essere fatta: l'accoppiata Tamburino-Pagano ci indica la strada". (Omnimilano.it)
(23 Febbraio 2012)

mercoledì 22 febbraio 2012

Nota CISL: I risultati dell'incontro con il Ministro della Giustizia Severino


Mercoledì 22 Febbraio 2012
Si è svolto in data odierna il programmato incontro con il Ministro della Giustizia, Paola Severino, sulle problematiche relative al personale penitenziario dei comparti ministeri e sicurezza e della dirigenza.
Nel corso della riunione, che il Ministro ha dichiarato interlocutoria, la CISL ha denunciato nuovamente la grave situazione degli organici, resa letteralmente drammatica dai tagli imposti dalle manovre finanziarie.
La CISL, in particolare, ha segnalato che con l’ultimo taglio, non ancora effettuato dall’amministrazione, si rischia di creare una situazione soprannumeraria del personale in servizio in alcune figure professionali. Per tale motivo la CISL ha chiesto: nuove assunzioni; una deroga all’ulteriore taglio agli organici non ancora effettuato; più risorse umane e materiali agli UEPE; la riapertura del tavolo negoziale in tema di mobilità anche per verificare la possibilità di procedere alla stabilizzazione dei distaccati. La CISL ha chiesto infine il rifinanziamento del Fondo Unico di Amministrazione anche in applicazione dell’art. 16 della legge 111/2011 il quale prevede la destinazione alla contrattazione integrativa del 50% dei risparmi derivanti dai piani triennali di razionalizzazione e riqualificazione della spesa, di riordino e ristrutturazione amministrativa, di semplificazione e digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni.
La CISL ha infine chiesto al Ministro la convocazione di un incontro anche per gli altri settori del Ministero (organizzazione giudiziaria, giustizia minorile ed archivi notarili) e per discutere della questione relativa alla riforma della geografia giudiziaria.

Più pene alternative, meno carcerazione… e costruire nuovi istituti non serve

di Antonella Loi -Tiscali Notizie, 22 febbraio 2012

Alessandro Gallelli aveva 22 anni. Era detenuto in una cella del carcere di San Vittore, a Milano, piccoli reati, in attesa di giudizio. La sua vita si è interrotta nella notte tra sabato e domenica scorsa: si è tolto la vita impiccandosi con una felpa annodata alle sbarre della cella.
“Doveva uscire tra 20 giorni per andare in comunità - sono le parole del fratello Vincenzo - perché si sarebbe dovuto uccidere?”.

I familiari non si danno pace, ma il medico legale che ha eseguito l’autopsia conferma l’ipotesi del suicidio. La storia di Alessandro è quella di tanti altri detenuti - il più delle volte molto giovani - che al carcere non son riusciti a sopravvivere. Si chiamano Michele, Antonio, Aurel: hanno una media di 37,8 anni di età e molti di loro attendevano ancora di avere un processo.
La macabra conta dei morti dietro le sbarre corre veloce: delle 24 vittime dall’inizio dell’anno ben dieci si sono tolte la vita mentre altrettante sono morte in circostanze ancora da chiarire. Ma è il 2011 a darci la misura della drammaticità del fenomeno: 186 morti in totale, di cui 66 suicidi.
Per impiccagione soprattutto: è fin troppo semplice servirsi di un lenzuolo o di un qualsiasi altro indumento, un jeans o una maglia. Secondo i rapporti ufficiali i suicidi avvengono anche per avvelenamento, soffocamento o inalazione del gas dalla bomboletta usata per cucinare i pasti. Carceri esentate non ce ne sono: da Torino a Poggioreale (Napoli), all’Ucciardone di Palermo passando per Sassari e Cagliari le strutture hanno il loro bel da fare per prevenire morti troppo spesso “inevitabili”.
Perché in un Paese dove il tasso di affollamento supera il 164 per cento - che significa 20mila detenuti in eccesso - la morte per suicidio è una voce passiva messa a bilancio. E non riguarda solo i detenuti, ma anche chi sta dall’altra parte: negli ultimi dodici anni, secondo i dati del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), sono 100 gli agenti che si sono tolti la vita, a cui si aggiunge un direttore di istituto e un dirigente regionale.
“È un disastro e la situazione peggiora”, ci spiega Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, il periodico scritto interamente da detenuti che da 15 anni informa sulle condizioni di vita carceraria. “Il caso del ragazzo morto a San Vittore alla sua prima carcerazione deve far pensare: significa che non si è stati in grado di intercettare il suo disagio psichico”.
Il 22enne, accusato di molestie sessuali e di altri reati minori, forse in carcere non ci sarebbe mai dovuto entrare. “È una categoria di persone sempre più presente nei penitenziari: le carceri sono diventate delle discariche sociali per persone che creano problemi - spiega Favero - invece di dare loro gli strumenti per riabilitarsi e reinserirsi vengono parcheggiate nelle celle”.
E questo è tanto più drammatico se avviene in un contesto di sovraffollamento dove le “persone sono costrette a dormire in letti a castello di quattro piani e celle dove si può stare in piedi solo uno alla volta”, aggiunge, a fronte di un organico destinato all’assistenza psicologica e all’educazione ridotto al minimo. “In Italia c’è un educatore ogni 150 detenuti e ogni psicologo può dedicare a ciascun paziente solo 10 minuti all’anno”.
Una situazione ormai incancrenita che sopravvive grazie ai paradossi. “Il primo è che gli agenti penitenziari si trovano nelle condizioni di fare da educatori, psicologi e cappellani”, ci spiega Donato Capece, segretario generale del Sappe. “Noi siamo sotto organico di almeno 7mila unità rispetto a quanto stabilito nel 2001: come può un agente da solo controllare circa 100 detenuti? Infatti facciamo i miracoli - dice -, tutti i giorni sediamo aggressioni, tentativi di suicidio, ribellioni contro lo Stato e contro le guardie”. E l’estrema negativa conseguenza è che “tutto questo stress noi poliziotti ce lo portiamo dietro per tutta la giornata, in famiglia, nelle case, nella nostra vita”.
Le soluzioni vanno trovate con urgenza. “Cominciamo ad assumere più personale invece di costruire nuove carceri e magari ammoderniamo quelle già esistenti che in molti casi sono fatiscenti e apriamo gli 8 padiglioni realizzati durante l’epoca Mastella ancora chiusi. I soldi per fare tutto questo ci sono - dice - stanziati dalla legge 199: non serve costruire nuove carceri”. Ma soprattutto - Capece ne è sicuro - “va riformato il sistema sanzionatorio, che significa meno carcere e più territorio”.
Con il decreto “svuota-carceri” si va nella direzione giusta? “Non chiamiamolo svuota-carceri perché l’unica cosa certa è che le celle saranno ancora piene”. Bisognerebbe concentrarsi piuttosto sui reati di lieve entità, spiega Capece, “vanno tenuti sul territorio attraverso misure alternative alla detenzione, quali lavori di pubblica utilità, semidetenzione domiciliare, applicazione del braccialetto elettronico e così via. Si renda più operativo il fatidico Uepe, l’Ufficio esecuzioni penali esterne”. Perché all’interno delle strutture, per il sindacato della polizia penitenziaria, non ci dovrebbero stare più di 40-50mila detenuti, cioè coloro che, condannati a pene definitive, creano allarme sociale. “Purché la pena non sia semplicemente punitiva, ma descriva un percorso riabilitativo che non sottragga la dignità delle persone”.
Dello stesso parere è la direttrice di Ristretti Orizzonti per la quale la carcerazione domiciliare per gli ultimi 18 mesi di reclusione e la possibilità di far uscire tremila detenuti dalle celle - così stabilisce il decreto varato dal ministro della Giustizia Severino - è già un inizio. In soldoni servono pene alternative e percorsi di reinserimento sociale, che significa sostanzialmente un percorso lavorativo. “La pena più terribile per chi sta in carcere è il non avere nulla da fare: è pericoloso e dannoso perché queste situazioni di degrado annullano la dignità delle persone e si arriva al paradosso che chi esce dal carcere è peggiorato rispetto a quando ci è entrato”, dice Favero.
E poi la popolazione carceraria sta cambiando. “Guardo dentro la mia redazione e vedo sempre meno persone con una scelta di vita criminale e sempre più uomini e donne che vengono da una vita regolare: la droga porta in cella tanti ragazzi. Pensiamo poi a chi ha compiuto reati in famiglia, un medico, un dirigente di banca. Famiglie dove c’è incapacità di risolvere i conflitti”. Gente “normale” insomma che le sbarre non le ha mai messe in conto. “E questo - conclude - ci deve far riflettere sul fatto che il carcere non riguarda solo i criminali ma tutti noi. Ecco perché bisogna parlarne”.

Rischia la soppressione il Dipartimento dei minori; allarme Gruppi alla Camera

Dire, 22 febbraio 2012


Il Dipartimento per la giustizia minorile rischia di scomparire. Uno schema di decreto del presidente della Repubblica recante regolamento di organizzazione del ministero della Giustizia, in linea con la politica dei tagli per i risparmi dello Stato, prevede infatti che le attuali funzioni vengano scorporate tra il Dap (Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria) e il Dog (Dipartimento organizzazione giustizia).

I gruppi parlamentari in commissione Giustizia alla Camera, dove lo schema di decreto è stato trasmesso lo scorso 23 gennaio per l’espressione del parere, sono in allarme. E si preparano a evidenziare una serie di criticità per evitare che il Dipartimento per la giustizia minorile scompaia. Ieri il relatore in commissione, Federico Palomba (Idv), ha fatto una illustrazione in cui ha espresso la sua netta contrarietà al provvedimento per quanto riguarda la parte che tocca i minori.
E oggi, in via d’urgenza, la commissione Giustizia svolgerà, a partire dalle 14.30, audizioni nonostante la fiducia al decreto Mille proroghe che teoricamente stopperebbe i lavori a Montecitorio. Saranno ascoltati Luciano Spina, presidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minori e la famiglia; Maria Giovanna Ruo, presidente della Camera Minorile Nazionale; Gianfranco Macigno, esperto della materia.
Gli articoli incriminati dello schema di decreto riguardano i compiti del Dipartimento per la giustizia minorile. La riorganizzazione comporta la perdita delle competenze su personale e risorse, trasferite, rispettivamente, al centro servizi unitario presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e a quello presso l’organizzazione giudiziaria. Di conseguenza, il Dipartimento perde due Direzioni generali (personale e formazione; risorse materiali, beni e servizi). Anche il Senato dovrà esprimere un parere.
La capogruppo del Pd, in commissione Giustizia alla Camera, Donatella Ferranti, interpellata dalla “Dire” sullo schema di decreto che riorganizza il ministero della Giustizia svuotando il Dipartimento per i minori, spiega: “Siamo preoccupati, non si può smantellare un Dipartimento strategico come quello per i minori, se si vogliono fare i tagli non si facciano a scapito dei minori.
Questo è uno schema dello scorso governo che recepisce indicazioni della finanziaria. Tra l’altro - aggiunge - mettere sotto il Dap alcune funzioni del dipartimento porterà a una commistione rischiosa con la giustizia per gli adulti”. Nella sua relazione in commissione Giustizia, dove oggi ci saranno le audizioni ad hoc sulla questione minori, Palomba (Idv) ha espresso la sua “totale contrarietà alla sostanziale soppressione della specificità e della specializzazione che la giustizia minorile ha acquisito nel corso degli anni, che si concretizza attraverso la soppressione dei Centri per la Giustizia Minorile e lo svuotamento delle prerogative del Dipartimento della Giustizia Minorile, privato di ogni potere di indirizzo e di gestione del personale del comparto ministeri e di polizia penitenziaria e della gestione dei beni e servizi

martedì 21 febbraio 2012

INTERVISTA TELEVISIVA A LINA LAMONICA COORD. PENITENZIARI FPCGIL

Canale3Toscana Web TV

http://www.canale3toscana.it/frontend/canale3toscana/video.aspx?idFile=21046&idcat=829&page=0

LETTERA AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA DELL'ORDINE NAZIONALE ASSISTENTI SOCIALI SITUAZIONE DEGLI UEPE

COMUNICATO DI ROSSANA DETTORI FPCGIL


SEGRETARIA GENERALE FP CGIL

La recente nomina del Dott. Giovanni Tamburino al vertice dell’amministrazione penitenziaria è un decisione che apprezziamo: l’aver individuato una esperienza ricca e professionalmente sensibile ai temi dei diritti e delle garanzie, come il Dr. Tamburino, conferma un criterio di scelta per la guida del DAP che va al di là degli schieramenti politici e che guarda ai problemi carcerari in maniera oggettiva.
La sua conoscenza dell’amministrazione penitenziaria e del carcere, frutto di esperienze diverse ma coincidenti, non possono che configurarsi come un arricchimento per l’amministrazione penitenziaria e, per ciò che ci riguarda, rappresentiamo sin da subito la nostra disponibilità ad un confronto che definisca urgentemente un vero e proprio “piano marshall” per la soluzione dei problemi più gravi ed urgenti.
Il tema della condizione di vita detentiva, la crisi strutturale del sistema penal-penitenziario, causa dell’insostenibile sovraffollamento carcerario, la carenza di fondi per gli investimenti in qualità e per la garanzia di esigibilità dei diritti di cittadinanza, la immediata chiusura degli ultimi residui manicomiali, gli OPG, sono solo alcune delle priorità che poniamo al nuovo vertice dell’amministrazione e alla Ministra Severino.
Così come urgenti sono le risposte che rivendichiamo sul tema del lavoro
Dalla Polizia penitenziaria alle professionalità tecniche, dalla dirigenza penitenziaria alle professionalità socio-educative, ciò che ci aspettiamo e che rivendichiamo è che la ricerca di una soluzione di uscita dalla crisi penitenziaria sia accompagnata dalla costante consapevolezza che il vero patrimonio dell’amministrazione da valorizzare e sul quale investire sono le tante lavoratrici e lavoratori che da anni provano, con tenacia, a mantenere viva la speranza di un cambiamento democratico sul tema delle detenzione, della marginalità, dei processi di presa in carico dei problemi carcerari da parte della società.
Al Presidente uscente Ionta va il riconoscimento della Fp Cgil per il lavoro svolto: misurarsi alla guida del DAP in un contesto politico insensibile al tema dei diritti e dell’inclusione sociale e con una idea dell’amministrazione della giustizia molto “personalizzata” è condizione oggettivamente difficile.

domenica 19 febbraio 2012

Francesco Maisto; il decreto svuota-carceri? è un segno positivo, ma timido

Redattore Sociale, 16 febbraio 2012

Francesco Maisto, presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna pensa a interventi legislativi e organizzativi. “Bisogna mettere i tribunali di sorveglianza in condizione di lavorare”. Si ridurrà invece il fenomeno delle “porte girevoli”.

L’approvazione del decreto cosiddetto “svuota-carceri” da parte della Camera dei deputati (avvenuta ieri con 385 voti favorevoli, 105 contrari e 26 astenuti) rappresenta un cambio di passo. Ne è convinto Francesco Maisto, presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna, che dice, “finalmente non abbiamo avuto un altro pacchetto sicurezza”.
Ma forse si poteva osare un po’ di più. “Il segno è positivo ma è timido e non troppo consistente - precisa Maisto - perché è vero che porterà fuori dal carcere un certo numero di persone, a dire il vero non troppo alto, ma non risolve il problema dei 22 mila detenuti in più rispetto alla capienza”.
Attualmente, infatti, nelle carceri italiane si trovano circa 67 mila detenuti per una capienza regolamentare di circa 45 mila posti e si calcola che, per effetto della norma contenuta nel decreto svuota-carceri in base al quale gli ultimi 18 mesi di pena possono essere scontati in detenzione domiciliare (prima erano 12), potrebbero uscire circa 3.000 persone (a livello nazionale).
“Va tenuto conto poi del fatto che non si tratta di un automatismo ma ogni caso andrà valutato da parte dei tribunali di sorveglianza - dice Maisto - i quali però, devono essere messi in condizione di poter lavorare”. Qualche effetto in più, invece, si avrà dalla modifica dell’articolo 558 del Codice di procedura penale (divieto di condurre in carcere persone arrestate per reati non particolarmente gravi ma custodia ai domiciliari o nelle camere di sicurezza e giudizio direttissimo entro 48 ore anziché 96). “Queste modifiche potrebbero attenuare il fenomeno delle porte girevoli - afferma Maisto - e ridurre il numero delle persone che vengono condotte in carcere”.
Intervenire a livello legislativo e organizzativo. Ecco cosa si dovrebbe fare secondo Francesco Maisto. “C’è una considerazione di fondo che va fatta ed è che i Tribunali di sorveglianza non vanno a pieno regime - chiarisce - Intervenire a livello organizzativo significa metterli in condizione, ad esempio, di riconoscere la buona condotta a un detenuto che fa domanda di liberazione anticipata, cosa che oggi non è sempre possibile per mancanza di personale”.
Un intervento, quello a carattere organizzativo necessario anche per “ridurre la sperequazione delle risorse a livello nazionale”. Ci sono, infatti, regioni in cui il personale del Tribunale di sorveglianza è in eccesso e viene distaccato in altri uffici - come quello del giudice di pace, ad esempio - e regioni in cui anche la cancelleria è in affanno.
A livello legislativo, invece, sarebbe necessario intervenire per modificare le normative che hanno previsto ipotesi di reato che prima non esistevano o inasprito le pene per reati già esistenti. “Penso ad esempio alla Cirielli e alla Fini-Giovanardi - conclude Maisto. Ad esempio trovo irrazionale negare l’accesso ai percorsi di recupero in comunità ai tossicodipendenti recidivi nel caso in cui la richiesta sia già stata fatta due volte”.

INCONTRO PRESSO CC S. VITTORE- PROPOSTE PER UN NUOVO SISTEMA DELL'ESECUZIONE PENALE

L'istituzione penitenziaria da sempre lavora con persone provenienti da situazioni di marginalità, ma negli ultimi anni tale presenza, dovuta principalmente alla crisi e al fallimento delle politiche sociali è aumentata in modo considerevole, tanto che si parla di “detenzione sociale”. Non è un caso che la popolazione detenuta sia composta in buona parte da tossicodipendenti, immigrati,malati psichici, persone in stato di abbandono, che richiedono risposte di sostegno adeguate che il carcere da solo non può dare, ma che possono, invece, trovare soluzioni nei servizi territoriali.Se il fine della pena è la risocializzazione, come recita la nostra Costituzione, bisogna che l'operatività si rivolga verso la società e il modo migliore è quello di potenziare il sistema delle alternative al carcere; per farlo c'è bisogno di figureprofessionali specializzate, in numero congruo, e formate adeguatamente, così come di strutture che rispettino le minime norme di tutela dei cittadini ristretti e degli operatori che con loro devono interloquire.Un tema complesso e difficile da affrontare da soli, per questo le lavoratrici e i lavoratori che, a diverso titolo, si occupano dell'esecuzione della pena e la Funzione Pubblica CGIL Lombardia vogliono discuterne con il territorio e l'amministrazione penitenziaria, invitando tutti all'iniziativa che si terrà lunedì 27 febbraio dalle ore 10 presso la SalaRiunioni “Di Cataldo” dell’Istituto Penitenziario di San Vittore a Milano Piazza Filangeri 2. Per poter accedere all’iniziativa si chiede di trasmettere i nominativi a Barbara Campagna 3391737068entro il 21 febbraio 2012

PRESIEDE :Gloria Baraldi Segretaria FP CGIL Lombardia- Barbara CampagnaCoordinatrice Regionale FP CGIL Ministero Giustizia DAP- Enrico BoyerDirigente Struttura Interventi per l’Inclusione Sociale Regione Lombardia

INTERVENGONO:Luigi Pagano-Provveditore Regionale PRAP Lombardia- Milena Cassano Dirigente Ufficio EPE PRAP- Anna Muschitello Funzionaria della Professionalità di Servizio Sociale PRAP Milano- Renato Fiamma Funzionario Contabile CC Cremona- Anna Garda Funzionaria Giuridico Pedagogica CR Verziano Brescia- Nunzio Laganà Funzionario Amministrativo CC Bergamo- Angelo Aparo Psicologo- Antonella Calcaterra Avvocato Camera Penale Milano- Luigi Benevelli Presidente Regionale Forum Salute Mentale-Alessandra Naldi-Presidente Associazione Antigone Lombardia- Fulvio San Vito Responsabile Area Carcere Caritas Ambrosiana

CONCLUDE; Lina Lamonica Coordinatrice Nazionale FP CGIL Ministero Giustizia DAP

Sono stati invitati rappresentanti degli Enti Locali

lunedì 13 febbraio 2012

IL SOVRAFFOLLAMENTO PENITENZIARIO- Sandro Favi, Responsabile nazionale carceri del PD

Forum Giustizia del Partito Democratico- Gruppo PD Camera dei Deputati -Seminario di studio
Camera dei Deputati - Sala del Mappamondo - 10 febbraio 2012
IL SOVRAFFOLLAMENTO PENITENZIARIO
Riforme di sistema e soluzioni urgenti - Il carcere come extrema ratio
Relazione introduttiva di Sandro Favi, Responsabile nazionale carceri del PD


Il nostro seminario di studio non toccherà tutte le problematiche che attengono al carcere, che comunque vanno affrontate e sulle quali c’è fin da ora l’impegno a promuovere altri momenti tematici come quello odierno.
Il sistema penitenziario italiano, pur riformato più volte negli ultimi decenni nell’ordinamento, nell’organizzazione e nelle normative professionali del personale, si è trovato ciclicamente superato da fenomeni criminali e sociali che non era capace di interpretare, se non con cronici ritardi che si sono scaricati sui propri assetti e sulle proprie strutture, configurandosi ogni volta nelle forme dell’emergenza.
Il sovraffollamento delle carceri non si iscrive solo nel lungo capitolo del deficit infrastrutturale
del nostro Paese o della mancata modernizzazione del sistema giustizia e della sicurezza; oppure dei ritardi cronici della politica ad interpretare le trasformazioni sociali che impattano nella dimensione del processo e della esecuzione penale.
Il sovraffollamento penitenziario ci interroga in modo pressante sul rispetto dei valori fondanti del Patto costituente della nostra convivenza civile: sulla tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e sui doveri di solidarietà a cui è richiamata la nostra organizzazione sociale, economica e politica; sulla pari dignità e sulla eguaglianza delle persone davanti alla legge; sul senso di umanità che deve presiedere alla esecuzione delle pene; sulla efficace protezione della salute di ogni individuo; sull’impegno a rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona e sulle effettive opportunità di partecipazione o reintegrazione alla vita sociale; sull’obbligo di motivazione dei provvedimenti restrittivi della
libertà personale e sui principi del giusto processo.
Per questo il Partito Democratico ha voluto affermare, senza retorica e senza incertezze, che il suo programma fondamentale per la giustizia si chiama Costituzione.
E’ il programma di un riformismo forte e rigoroso, impegnato a comprendere la realtà concreta che si manifesta nelle nostre comunità; un riformismo determinato a costruire solide architetture di sistema, come pure a proporre soluzioni al passo con le trasformazioni dei nostri tempi, con i fenomeni sociali e con i problemi che denunciano la possibile degenerazione delle strutture che reggono le nostre istituzioni, facendone perdere la coerenza e l’armonia col disegno voluto dai Costituenti.
Non ci sfugge che non sia un’impresa politica facile quella di riformare il carcere, a fronte dell’insicurezza individuale e collettiva. Ciclicamente ricerche e sondaggi ci dicono che la sicurezza è una delle prime preoccupazioni dei cittadini. Una società è sicura se è solidale: sei i più poveri, i più deboli, gli ultimi non vengono lasciati soli a se stessi o in preda alla criminalità organizzata e se si creano nuove occasioni di lavoro e di impegno. Una società solidale è la condizione che i cittadini si sentano a casa loro anche in strada e nei luoghi di lavoro. E la società è solidale se è sicura: se l’usura, lo spaccio della droga, lo sfruttamento della prostituzione, il racket vengono repressi; se nei quartieri delle nostre città c’è la Polizia e se la giustizia funziona.
Comunque, finché il carcere sarà comunemente inteso come una discarica sociale del sistema istituzionale, come un luogo in cui possano accadere e si possano tollerare violenze ed illegalità, nell’errata convinzione le illegalità “dentro” siano funzionali a garantire la legalità e la pace “fuori”, il carcere rimarrà dimenticato ed estraneo alla vita civile. In Italia il dibattito si polarizza continuamente tra estrema repressione ed indistinta indulgenza. Si promuovono leggi che rincorrono una presunta deterrenza con l’aumento delle pene detentive; si configurano nuove fattispecie di reato e poi le conseguenze di queste scelte politiche, fanno risorgere l’eterno rimedio di amnistie ed indulti. Ma finché prevarrà questo modo di legiferare, le distorsioni del sistema inevitabilmente, si avviteranno su se stesse. Perciò a noi non interessa né l’indulgenza né il rigore: ci interessa una pena civile in un sistema giudiziario giusto ed efficiente.
Per questo, immaginare che il carcere possa essere extrema ratio - sia nelle forme della cautela giudiziaria e della tutela della sicurezza dei cittadini, sia come modalità di esecuzione delle pene - non si colloca in un orizzonte utopico e senza prospettiva politica; ma è l’impegno di un riformismo ambizioso, capace di attingere alla coscienza civile ed alla piena consapevolezza dei cittadini, ai quali chiedere un consenso maturo, offrendo certezza, sicurezza ed efficienza del servizio giustizia.
E’ con questa convinzione ed è in questo quadro che il Partito Democratico ha elaborato le proprie proposte per fronteggiare l’esplosione del sovraffollamento penitenziario, nel fecondo confronto con il mondo dell’associazionismo impegnato in questo settore, con il volontariato come con l’avvocatura e la magistratura, con il sindacato e con le diverse rappresentanze degli operatori, con sensibilità e disponibilità all’ascolto della voce sofferente che giunge da chi vive questa condizione e, per riflesso, dei loro familiari.
Si tratta di una serie di proposte, che in larga parte sono confluite attraverso i nostri gruppi parlamentari in progetti e disegni di legge, in risoluzioni e mozioni discusse e votate dal Parlamento ed infine negli emendamenti al recente decreto-legge presentato dal Ministro Severino, che ci predisponiamo a riproporre nel contesto dell’ulteriore disegno di legge-delega, approvato dal Consiglio dei Ministri di fine dicembre in materia di depenalizzazione; sospensione del procedimento per gli irreperibili; della messa alla prova; delle pene detentive non carcerarie.
Il decreto-legge che tra breve verrà approvato definitivamente dal Parlamento, ha l’indubbio merito di avere spostato l’asse giuridico e culturale che vede come ineluttabile l’ingresso in carcere delle persone che siano imputate di un reato di presunto allarme sociale. E la conferma di avere invertito veramente la rotta si avrà solo se seguiranno ulteriori coerenti misure, che evitino la risposta carceraria come unica opzione per una sicurezza efficace ed una giustizia efficiente.
1. La prima proposta riguarda la revisione delle misure cautelari e pre-cautelari in carcere, che va oltre al perverso meccanismo delle cosiddette “porte-girevoli” su cui è intervenuto il decreto-legge n. 211 dello scorso dicembre; ma, come ha rilevato il Presidente della Cassazione nella recente inaugurazione dell’anno giudiziario, per guardare alla necessità di rivedere e ridurre l’elenco dei reati per i quali è imposta la custodia in carcere.
Obbligo che ha fondamento, come affermato dalla Corte Costituzionale, per le associazioni di stampo mafioso (per le loro intrinseche capacità di condizionamento e modus operandi criminale), ma che dovrebbe anche essere considerata responsabilmente come forma di cautela processuale necessaria per contrastare la piaga dei reati di violenza sessuale contro le donne, in cui la vittima è spesso destinataria di ricatti, minacce e pressioni da parte dei suoi carnefici, se non da un inaccettabile residuo di sottoculture presenti nella società che ancora indulgono a giustificare i comportamenti predatori, a sminuire la gravità della violenza sulla donna o a considerare la stessa libertà sessuale della donna un’ipocrita attenuante anche nelle ipotesi più abiette di sopraffazione.
In generale, tuttavia, si tratta di assumere davvero il criterio dell’extrema ratio della custodia in carcere alla luce delle reiterate sentenze della Corte costituzionale che hanno dichiarato l’illegittimità delle norme che impongono la misura restrittiva della libertà personale per specifiche fattispecie di reato, senza consentirne la graduazione attraverso misure cautelari meno restrittive, ma pure idonee a preservare le esigenze processuali e di sicurezza sociale.
A ben vedere, si tratta di disinnescare quella perniciosa tendenza che attraversa certa parte di opinione pubblica, come certa pubblicistica, che traspone le cautele a garanzia del successivo giudizio, in una domanda di anticipata esecuzione della condanna, della quale si fa interprete un certo populismo politico nostrano; pronto a reclamare, poi, i garantismi più capziosi per i poteri protetti, invocando al contrario che nessuno - dei propri pari – debba andare in carcere senza una condanna definitiva.
Guardando, con sana laicità, agli strumenti rispetto ai problemi, bisogna puntare alla prontezza del giudizio e, quindi, alla efficienza della giustizia per conseguire, contestualmente, maggiore sicurezza ed economicità della machina giudiziaria; piuttosto che inseguire le facili suggestioni emotive di un’opinione pubblica pervasa da allarmi securitari, diffusi a gran voce come strumenti di lotta politica e, nello stesso tempo, disorientata dalle denuncie della crisi e dai tempi lunghi del servizio giustizia.
2. La riforma strutturale principe auspicata dal Pd sta nel superamento del cosiddetto pan-penalismo che affatica quel sistema giustizia e che, con i suoi ritardi ed inefficienze, determina ricadute su un carcere-contenitore di persone poste in una attesa ingiustificata e spesso ingiusta, a cui segue - spesso a lunga distanza temporale - uno stillicidio di esecuzioni in carcere per periodi brevi.
Esecuzioni di pena che non hanno più una effettiva valenza retributiva e di rieducazione, quando ricadono su condannati cambiati rispetto alle persone su cui è stato formulato il giudizio e che sovente hanno già superato la fase deviante della loro esperienza di vita, ma per le quali non c’è tempo di applicare sanzioni diverse dal carcere. Sebbene l’attuale Governo non possa mettere nel proprio orizzonte una riforma organica dei codici che pure attende da troppi anni e sulla quale esiste una amplissima e precisa elaborazione, si può comunque pensare a depenalizzare i reati minori, all’introduzione dell’istituto del non luogo a procedere per irrilevanza penale del fatto o la tenuità dell’offesa; a prevedere sanzioni differenziate in ragione della gravità del reato secondo i principi di sussidiarietà, offensività e responsabilità.
Questi sono alcuni esempi di interventi possibili che il PD ha presentato al Senato e alla Camera, sui quali si può verificare l’esistenza di un ampio consenso. Pochi giorni fa lo stesso Presidente della Cassazione Ernesto Lupo ha invocato come prospettiva realistica che ci affianchi alle legislazioni più evolute, che realizzano più sicurezza pur con minor ricorso al carcere.
3. L’aggravio del trattamento sanzionatorio e del regime penitenziario per i condannati recidivi è stato individuato come la maggiore causa dell’iperbolico aumento dei detenuti e quindi dell’attuale condizione di sovraffollamento delle carceri. Ma al di là dell’evidenza empirica raccontata dagli operatori della giustizia e verificata dagli studi che smentiscono il reclamato effetto di deterrenza sul rischio di reiterazione dei reati da parte dei pluri-condannati, la legge ex-Cirielli segna l’inconcludenza e l’inefficacia delle politiche della paura perseguite negli ultimi anni, che hanno invece innescato una torsione delle politiche della sicurezza nelle nostre città, orientandole contro i soggetti che popolano il degrado e le marginalità metropolitane. E’ saggio e opportuno ristabilire l’equilibrio e restituire al giudice di merito la determinazione delle pene per le responsabilità accertate ed in relazione alla diagnosi fondata su obiettivi elementi circa la pericolosità del condannato recidivo, evitando apodittiche etichettature e presunzioni di rischio criminale. Così come è intelligente ed utile restituire le opportunità di accesso ai benefici penitenziari ed alle misure alternative, sulla base dell’evoluzione della persona e di una prognosi di responsabile reinserimento nella società.
4. Il rilancio delle misure alternative al carcere per l’esecuzione delle pene è ritenuto non solo una leva per alleggerire le generali condizioni di sovraffollamento, ma soprattutto un potenziale agente per restituire speranza ai condannati e quindi far scendere conseguentemente le tensioni della detenzione. Occorre, tuttavia, rendere praticabili tali percorsi supportandoli di risorse professionali e materiali che accompagnino il reinserimento, soprattutto per l’amplia platea di persone condannate che non dispongono di appoggi socio-familiari ed opportunità di lavoro. In questa direzione il Pd ha avanzato proposte per nuove tipologie di misure alternative, professionalmente strutturate e orientate, quale il Patto di reinserimento sociale, che non vuole fornire solo una risposta al drammatico sovraffollamento attraverso un riequilibrio delle pene eseguite in stato di detenzione e quelle in esecuzione penale esterna, ma propone un nuovo approccio al tema del reinserimento sociale delle persone sottoposte a sanzione penale, che siano prive dell’aiuto socio-familiare, di opportunità di accesso al lavoro ovvero di una efficace supporto legale per l’ammissione alle misure alternative già previste dall’ordinamento penitenziario, che sono tarate per condannati a pene detentive brevi, in particolari situazioni socio familiari (per età o per le detenute madri) ovvero in condizioni di salute che richiedono cure e percorsi di riabilitazione (tossicodipendenti o affetti da malattie particolarmente gravi). Inoltre, riteniamo indifferibile il potenziamento degli incentivi per l’offerta di lavoro ai detenuti in carcere o in misura alternativa già previsti dalla legge Smuraglia, con la proposta sostenuta dai nostri parlamentari che approda ora all’esame dell’Aula di Montecitorio.
Certamente, questo non basta a riequilibrare la dimensione con gli analoghi istituti di esecuzione penale esterna previsti nei Paesi europei nostri omologhi. Ma riteniamo che l’inversione di una tendenza che fino a ieri ha penalizzato le opportunità di accesso alle misure alternative alla detenzione, possa riaprire il ragionamento ed il terreno di un confronto per fare delle attuali esperienze del trattamento penitenziario in ambito esterno al carcere, sanzioni penali principali erogabili dal giudice di cognizione.
A questo proposito è necessario potenziare le strutture ed i servizi territoriali degli Uffici dell’esecuzione penale esterna, invertendo le politiche degli ultimi anni che ne hanno depotenziato la funzione, svilito le ricchezze professionali maturate sul campo, mortificato il ruolo e gli investimenti in un settore di importanza strategica per le prospettive del sistema penitenziario.
5. Su questo stesso piano, che richiede di attivare più efficaci opportunità di recupero e di riabilitazione della persona, si muove la proposta di revisione delle norme sul trattamento penale dei tossicodipendenti autori di reato; valorizzando quelle esperienze che prevedono l’intervento dei servizi territoriali del Servizio sanitario nazionale fin dal momento in cui il tossicodipendente compare davanti al giudice e possa, quindi, coadiuvarlo ad individuare progetti o strutture terapeutiche, che evitino la peggiore delle soluzioni, quale è il carcere. Occorre perciò modificare la legge Fini-Giovanardi, laddove pone eccessivi limiti e condizioni ai percorsi terapeutici alternativi alla detenzione. Condizioni e limiti che obiettivamente confliggono con le storie dolorose delle più ostinate dipendenze da sostanze, frutto della disputa ideologica sulle terapie di riduzione del danno. Vanno messe in opera, invece, interventi e risorse per sfruttare meglio le opportunità alternative che la stessa normativa si proponeva di estendere, laddove ampliava i limiti di pena per l’accesso ai benefici e così, di fatto, riconoscendo nel carcere il danno maggiore a qualsiasi chance di recupero.
6. Anche per i condannati stranieri è necessario superare il trattamento discriminatorio in campo penale e penitenziario che, di fatto, ha pervaso la legislazione degli ultimi anni. Dopo la dichiarazione di illegittimità della previsione dell’aggravante per i reati commessi dai detenuti stranieri, che ha già significativamente contribuito ad attenuare il sovraffollamento carcerario, occorre recuperare la migliore tradizione giuridica del nostro Paese, seguendo quanto affermato dalla Corte di Cassazione in diverse occasioni e cioè che deve essere negata la possibilità di introdurre discriminazioni tra cittadini (e stranieri muniti di permesso di soggiorno) e stranieri in condizione di clandestinità, per la decisiva ragione che le relative disposizioni di legge sono dettate a tutela della dignità della persona umana, in sé considerata e protetta indipendentemente dalla circostanza della liceità o meno della permanenza nel territorio italiano” e, “che non esiste incompatibilità tra espulsione da eseguire a pena espiata e misura alternativa volta a favorire il reinserimento del condannato nella società, posto che non è possibile distinguere tra società italiana e società estera” e “che la risocializzazione non può assumere connotati nazionalistici, ma va rapportata alla collaborazione fra gli Stati nel settore della giurisdizione”.
7. Per quanto attiene all’istituto della sospensione del procedimento con la messa alla prova dell’imputato crediamo che potrà risultare particolarmente efficace nei confronti dei più giovani adulti autori di reato, ancora primari nell’esperienza dell’illegalità, soprattutto per la sua consolidata sperimentazione nel settore minorile e ci auguriamo, quindi, che possa essere esaminata e approvata celermente dal Parlamento. Si darebbe, così, continuità ed omogeneità alla azione di contrasto ai fenomeni di cosiddetto bullismo, della micro-violenza urbana o da stadio che si producono nell’area minorile contigua, prevenendo la loro evoluzione verso manifestazioni criminali più pericolose o l’attrazione in circuiti di illegalità di maggior allarme sociale, che può generarsi nella condizione di disagio giovanile in questi tempi di crisi economica.
8. Per poter efficacemente agire su queste misure deflative e, ancor più, per far fronte alle sofferenze ed ai problemi del sovraffollamento delle strutture penitenziarie, abbiamo indicato la necessità di aumentare il personale per le professioni di cura alla persona (quali educatori, assistenti sociali, psicologi) e di adeguare gli organici della Polizia penitenziaria. E per questo sollecitiamo il Governo a presentare il piano di assunzioni necessarie a risolvere i problemi del disagio lavorativo che proviene dalla maggior parte delle strutture sul territorio.
Le risorse delle professioni penitenziarie sono essenziali, per ricostruire la giusta tensione del sistema verso i propri obiettivi di fondo, soprattutto allorquando queste professioni sviluppano capacità nel lavoro di rete, sia con i servizi e le istituzioni del territorio, orientato alla presa in carico dei bisogni di cura e di assistenza delle persone, sia con i presidi della prevenzione e della sicurezza, affinché si recidano col carcere i poteri ed i collegamenti con le organizzazioni criminali più pericolose e pervasive.
Ma a queste professionalità dobbiamo riconoscere soprattutto dignità, identità definita e motivazioni per l’esercizio dei loro difficili compiti; a partire dal superamento dell’assurdo blocco al contratto della dirigenza penitenziaria e da un efficace riallineamento ordinamentale ed operativo della Polizia penitenziaria, per giungere alla valorizzazione delle migliori, qualificate competenze e conoscenze dei diversi profili professionali (assistenti sociali, educatori, psicologi, operatori amministrativi e tecnici), con il tangibile riconoscimento del particolare impegno richiesto e con la protezione dal rischio di stress eccessivo nelle più difficili ed esposte condizioni di lavoro.
9. Poniamo la questione della revisione delle misure di sicurezza, divenute pressoché indistinguibili dalla pena carceraria, lascito di un codice penale di epoca fascista, e di classificazioni di pericolosità sociale ormai superate. Oggi le Case Lavoro o le Colonie Agricole non offrono concretamente quel lavoro utile a proporre un cambiamento degli stili di vita e a contrastare la tendenza a delinquere. Gli internati per misura di sicurezza concorrono al sovraffollamento e spesso sono associati in sezioni di carcere, prolungando così solo una pena restrittiva, con scarse opportunità rieducative e risocializzanti e con minime possibilità di accedere a misure da eseguire nella società libera.
Il progetto di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari sta, invece, finalmente per concretizzarsi ed è il paradigma di quel riformismo coraggioso e tenace, di una intelligenza politica e di un impegno capace di tracciare percorsi, individuare risorse, coinvolgere responsabilità ampie e condivise, di orientare le sinergie necessarie e quindi di trovare credibilità e consenso ampio e trasversale fra i diversi schieramenti politici. Certamente è una riforma che auspichiamo possa arricchirsi nel suo sviluppo sul campo; spostando progressivamente l’attenzione e l’impegno dei presidi sanitari territoriali sui progetti terapeutici individuali per i malati psichiatrici che siano stati autori di reato, piuttosto che sulla mera gestione delle strutture di contenimento, dove inizialmente dovranno essere allocati gli internati per l’esecuzione della misura di sicurezza irrogata, ma che sempre più dovranno diventare centri di riferimento di un’ampia rete di servizi che supportano la riabilitazione dei malati psichiatrici sul territorio.
Questo è il riformismo al quale ci vogliamo ispirare.
Proposte che assumono i valori fondanti della civiltà e dello stato di diritto, per guardare alla prospettiva di sistema, ma che tengono al centro le persone: la loro dignità, i loro diritti, i vincoli di solidarietà, per generare impegno, opportunità concrete, sicurezza e fiducia nel futuro.
Il riformismo costruito sullo stato di eccezione e dell’emergenza, spesso riproduce, solo amplificandole, le forme e le condizioni dell’esistente, rende croniche le distorsioni e rinuncia all’ambizione di immaginare e perseguire il cambiamento.
Questo è stato il limite del fantomatico “Piano carceri” sbandierato continuamente quale unico modello da seguire per risolvere i problemi: progettare solo un sistema carcere sempre uguale a se stesso. Anzi peggiore: senza le persone, senza la speranza che la loro vita alienata possa cambiare, senza l’impegno convinto di chi vi opera, senza la solidarietà delle comunità e senza la partecipazione delle altre istituzioni ed i servizi del territorio. Insomma, il carcere come ratio assoluta ed immodificabile, che riproduce ed alimenta la domanda incontrollata di segregazione.
In questo segno sta la nostra richiesta di superare ogni resistenza e difficoltà per l’istituzione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e per l’introduzione nel nostro ordinamento del delitto di tortura previsto come obbligo giuridico internazionale dalla Convenzione delle Nazioni Unite.
C’è anche un riformismo più debole, quando non è capace di coinvolgere tutti gli attori impegnati, la responsabilità dei soggetti istituzionali, che non trova le forme concretedell’agire il cambiamento, non si cala, con sano e laico pragmatismo, nei problemi veri delle persone. Penso alla travagliata vicenda del trasferimento della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale. Il Partito Democratico è impegnato, in Parlamento come nelle Amministrazioni sul territorio, a riattivare un circolo virtuoso per l’attuazione di quella riforma, ridandole energia e riaprendo quel confronto fra tutti, che anche magari solo in parte è mancato, ma che ha determinato inaccettabili ritardi ed evidenti cadute sui livelli indispensabili di prestazioni per la tutela della salute delle persone detenute ed internate.
E’ con questo spirito che il Partito Democratico offre alla discussione le proprie proposte attorno al tema del sovraffollamento penitenziario, aperto ai contributi come alle riflessioni critiche di questo seminario, così prestigiosamente qualificato.